Rispolverando lontani ricordi: intervista a Nicolò Carnesi

Qualche giorno fa una persona ha fatto riaffiorare nella mia mente un’intervista a me tanto cara. E in questa notte insonne mi viene voglia di rileggerla in compagnia di Lucio Dalla. Era il 2013, al Teatro Coppola di Catania, in un sabato sera qualunque quando incontrai Nicolò Carnesi. Ero ancora una giornalista in erba. Pubblicai il pezzo per Outsiders Musica, webzine in cui scrivevo ai tempi. Il titolo citava un brano del cantautore palermitano, “In manicomio mi dicevano: la musica si spara in endovena ed io sporcavo le moquette degli alberghi a cinque stelle. Intervista a Nicolò Carnesi“. Ve la ripropongo in quest’ora tarda, che forse si assapora anche meglio. Buona lettura!

È un sabato pomeriggio, di quelli da scazzo dove devi pulire casa, non c’hai voglia e devi pure studiare. Ma improvvisamente ecco che rimembro “ma stasera c’è Carnesi al Coppola!”. A quel punto mi dedico ai miei doveri casalinghi, lieta che dopo saranno seguiti dai piaceri. Verso le sei esco di casa in fretta e furia perché, come sempre, sono in ritardo, la mia collega Vania mi aspetta.Con lei devo intervistare pure l’altro gruppo che stasera suonerà al Teatro Coppola insieme al Nostro (o meglio, è lui a suonare insieme a loro, ma io preferisco ricordare il contrario, m’invoglia di più ad assistere alla serata, senza voler togliere nulla a nessuno!).

Nicolò Carnesi, la nostra perla siciliana, dopo l’ep Ho poca fantasia, conferma le sue  straordinarie doti con l’album Gli eroi non escono il sabato, per Malintenti Dischi: un viaggio onirico e realisticamente contemporaneo, a tratti ironico, undici tracce che schizzano il ritratto di una generazione un po’ stereotipata ( “e non vantiamoci di frasi scritte sulla moleskine di ritorno dall’ ennesima vacanza a Parigi, tutti poeti , tutti scrittori, tutti profeti e tutti bohémien”, recita Moleskine).  Le influenze sono tante, molte estere, dai Cure a Morrissey, ma Nicolò riesce a plasmare uno stile estremamente personale, che non rischia nemmeno per sbaglio di scadere nel già sentito. Lontanissimo dagli odierni gruppetti della cosiddetta sfera “indie”, l’ennesima attestazione che questa Terra riesce a sfornare dei veri autori. Lui giovanissimo, fa strano pensare che sia un mio coetaneo. Ricorda il Battiato più sperimentale. Capace di spiccare anche tra i big della musica, un ragazzo che ha veramente qualcosa da trasmettere perché , come asserisce lui stesso, “non bastano i problemi per scrivere canzoni“. Testi e musica adattabili a qualsiasi situazione, il mio stato d’animo è sempre reattivo ai pezzi, anche quello di adesso che scrivo, sintetizzabile in: “ricordami quei giorni in aeroporto…trasmettimi parole di speranza, trasmettimi un segnale positivo, trasmettimi la voglia di cambiare e dimmi che infondo non è vero che non c’è più niente da dire, più niente da amare, più niente da inventare e mi pietrifico…portami via con te( Medusa).  Acustico ed elettronico, sonorità eighties ( Ho poca fantasia), folk-pop, new wave ed innesti british pop. Il suo, uno stato mentale in cui rifugiarsi. La sua, una voce armoniosa e soave. Le partenze, gli addii, le parole ridotte al silenzio, narrazioni di perdizioni, un vero viaggio tra esperienze, tra i luoghi oscuri del nostro pianoforte cerebrale da cui a volte salta qualche tasto. Un disco da ascoltare in loop, raffinato ed elegante, siciliano ma internazionale, che viaggia dalla Francia ai luoghi esotici, un treno che scorre, a tratti lento, a tratti veloce, intriso di paradisi perduti come Mi sono perso a Zanzibar, con Brunori Sas. Ogniqualvolta lo si ascolta è sempre la prima, beh sapete tipo Ciaula scopre la luna? Ecco, così! Un cantautorato già maturo non appena nato. Devo necessariamente dire che ha stravinto la summa Carnesiana “levati di dosso infine me che non so se l’hai capito che non sono così fico“, che troviamo nella coda finale del brano Levati (frase che personalmente ho già adottato in varie situazioni!). Appicciando una sigaretta, mentre lui sbircia la mia agenda esclamando “mii quante domande! Sono facili almeno!?”, inizia il dialogo, dall’ alto della sua statura (credo di essere io troppo bassa!).

Nei tuoi testi troviamo sempre questo riferimento, anche un po’ onirico, al viaggio e alla fuga: ma dov’è che vuoi andare, da cosa vuoi scappare?

Questo è quello che mi piacerebbe sapere, ho scritto queste cose per avere delle risposte da chi ascolta, ma purtroppo ancora non ne sono arrivate, lo sto scoprendo, tanto che ora farò altri viaggi ancora più lontani, magari su altre galassie. In realtà in me c’è sempre stata una voglia di fuga che può essere ambivalente: fisica, in cui penso che voglio lasciare il posto dove sto per scoprirne altri, o mentale, semplicemente una fuga da un modo di essere, da un sentimento o da qualsiasi altra cosa. È  per questo che tendo spesso ad usare quel termine che ha molteplici aspetti.

Come è nata la collaborazione con Brunori?

È nata in maniera particolare: ci ritrovammo ad un festival ad Enna, io raccontavo che stavo lavorando a questo disco e che in quella canzone avevo bisogno di una seconda voce, che rappresentasse un po’ il ‘me adulto’. Brunori sembra un po’ anziano, più vecchio di quello che è (ride), spesso ci prendiamo in giro a vicenda per questa cosa. Quella sera avevo perso le chiavi, grazie al suo aiuto le ho ritrovate e fra una birra e l’altra è nata la collaborazione, che è riuscita bene. In seguito abbiamo suonato spesso insieme, facendo anche altre canzoni dal vivo. Più o meno succede sempre così, ci si fa simpatia.

Mi ha colpito molto la ballata Sophie: ti va di raccontarci la storia di questo pezzo?

In realtà non è mai uscito, l’ho scritto qualche anno fa, prima dell’attuale  disco. Mi è capitato di avere questo teatro a disposizione con Vincenzo Parisi, un mio amico pianista, e con un bel pianoforte abbiamo registrato la canzone. – Posso dirti un odore che mi ha ispirato nella composizione, quell’ odore tipico che c’è ad inizio settembre, a cavallo tra l’estate e l’autunno, in cui arriva la prima pioggia e l’asfalto profuma in particolar modo – da quella frase “le piace l’asfalto bagnato” ho inventato questa fantomatica Sophie, rubando un po’ il nome a mia sorella che si chiama Sofia e trasformandolo in francese perché suonava meglio. Non è una canzone autobiografica.

Dato che sei siciliano anche tu e la cosa ti coinvolge quindi in prima persona, se ti va di rispondere, cosa ne pensi del fatto che a Battiato sia stato revocato l’incarico di assessore?

Penso che viviamo in un paese abbastanza ipocrita. Io ammiro molto Battiato a livello artistico. Quando una persona libera entra in un sistema fatto di doppi giochi e ipocrisia è difficile sopravvivere. Perché lo sappiamo tutti che ci sono delle tipe in parlamento poco raccomandabili, Grillo lo grida ai quattro venti e ha il 25 %, Battiato lo dice ad una conferenza e viene linciato. Quindi forse per lui è stato anche meglio uscire da questo sistema, c’ha provato, è esageratamente libero forse per entrare in una dinamica politica, come quella italiana soprattutto, piena di paradossi e ipocrisie. Se Berlusconi fa la battuta con la tizia passa inosservato, purtroppo questo è il paese, così vanno le cose, non c’è molto da arrabbiarsi. Abbiamo perso un’occasione, non sappiamo quello che poteva fare, ma quando il sistema dall’ interno non funziona non si possono fare miracoli. Protestiamo, cantiamo, reagiamo in qualche maniera, l’importante è che siamo consapevoli di quello che vogliamo e di quello che facciamo, al di là dei giochi di potere, a cui non dovremmo proprio interessarci, perché è proprio l’attenzione che diamo a dargli potere.

Cosa significa per te fare il cantautore, quando hai capito che la musica era la tua strada?

Di base ho sempre avuto una passione per la musica, quasi innata. Ho suonato in vari gruppi, da adolescente è chiaro che ti cimenti con tutti gli strumenti. Ho iniziato a scrivere al liceo, pezzi in inglese, un inglese pessimo tra l’altro, perché ancora ero esageratamente timido e non avevo voglia che la gente capisse quello che dicevo. Ho fatto varie cose, dall’ elettronica a cose più cantautorali, ho cercato un po’ di unire questi due mondi, la musica britannica, le chitarrine wave e i sintetizzatori con un approccio cantautorale italiano. La mia vita ha subito un po’ di cambiamenti.

A proposito dei pezzi in inglese, si può sapere qual è questo primo pezzo in inglese che hai scritto?

In realtà non esiste, sarà in qualche hard disk impolverato, non ricordo nemmeno il titolo, forse non ce l’aveva. Sono cose che scrivi così: parliamo di me quindicenne che scrivo e suono con la tastierina, non sono mai state registrate in studio, non esistono. Non credo si sentiranno mai, nemmeno voglio che questo succeda!

C’è qualche pezzo che ti rappresenta di più?

In generale sono affezionato a tutti i miei pezzi. Ti posso dire cosa mi sarebbe piaciuto scrivere della canzone italiana: “Cara” di Lucio Dalla, per come racconta l’amore.

Per quanto riguarda il titolo dell’album Gli eroi non escono il sabato, da cosa deriva la scelta ?

Perché volevo che mi chiedessero il perché proprio per non dirlo!

Tu sei un tipo da sabato sera!?

Io esco il sabato. Che giorno è oggi!? E dove siamo? Fuori! Sicuramente c’è un’ironia di base che mi divertiva e poi secondo me riesce a riassumere per certi versi  alcuni temi del disco, dato che il sabato e gli eroi sono spesso citati nei testi, molte storie si svolgono anche fuori, al centro di Palermo. Se mi va di uscire il sabato lo faccio, altrimenti no, l’importante è essere liberi in queste scelte. Non è che se è il trentuno di dicembre tu devi per forza festeggiare il capodanno, il sabato è un po’ la stessa cosa. È solo una metafora,non ti sentire obbligato dal conformismo, fai ciò che vuoi, magari preferibilmente lo fai pure bene. Il titolo è solo per ridere, diciamo la verità, non va preso con  serietà, o anche sì ogni tanto.

“Il centro di Palermo non offre mai di meglio”…

Abitando in una città ogni tanto ti capita che pensi che non c’è niente da fare, il giorno in cui ho scritto Levati, mi sentivo così.

C’è qualche collaborazione che ti piacerebbe fare che non hai ancora fatto?

Mi piacerebbe sicuramente lavorare con Battiato, o se dobbiamo puntare ancora più in alto facciamo Morrisey, Robert Smith, o Damon Albarn. Ce ne sono tanti ma secondo me è abbastanza difficile.

Anche perché le influenze nella tua musica sono quelle: Smiths, Cure, anche Coldplay…

Sì sì sicuramente quello c’è, così come Beck, il folk americano, Jonny Cash e l’elettronica. Ho cercato un po’ di unire tutte queste cose. Uno dei miei gruppi preferiti sono i Radiohead, magari non si sente, ma quando ascolti qualcosa lo metabolizzi e poi lo metti, anche involontariamente, e diventa un miscuglio che poi si spera diventi il tuo stile. Ognuno di noi ha un’impronta digitale in quello che fa, come tu nella tua intervista avrai la tua impronta, io nella mia canzone avrò la mia e questo non è solo merito della nostra persona ma anche dell’esterno che ci ha mandato impulsi e non li abbiamo riciclati.

Progetti futuri?

Ho finito il tour e sto scrivendo le canzoni nuove per l’eventuale prossimo disco che si spera possa uscire. Quindi sto a casa, isolato, ogni tanto esco il sabato! 

Les amours imaginaires – Xavier Dolan

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Recensione pubblicata per L’Eretico su Marte

Ti aspetto nella stagione che è nostra, scrive Marie.                              Quando il desiderio di possedere ciò che non abbiamo diventa patologia. Ma si sa, la sola verità è l’amore oltre ogni ragione, scrive de Musset.

Marie (Monia Chokri) è una venticinquenne dall’outfit vintage, un cinismo romantico e una nevrosi da tabagismi compulsivi (le smoke cache la merde). Uno sguardo che rivela turbolenze quello di Francis (Xavier Dolan), il quale colleziona delusioni d’amore incise di volta in volta sul muro del suo bagno. Un’amicizia stabile la loro, fino a quando a Montréal arriva Nicolas (Niels Schneider), un adone autocompiaciuto che viene dalla campagna e legge Koltes. Instillerà in loro il desiderio e la vana sicurezza di averlo. I due amici giocheranno come due infanti a fare bang bang dai cavalli a dondolo per contendersi il fiore del loro desiderio. Il pericoloso gioco del ménage à trois immaginario segna i battiti di cuore reali di Marie e Francis, i quali ne resteranno fortemente segnati.

I Cahiers du cinéma lo definirono un bonbon pop et romantique. Un more is more raffinato, lento nella sua nevrosi, Les amours imaginaires, seconda opera di Xavier Dolan, esce nel 2010, quando il regista aveva solo ventanni. Appartenente alla trilogia dolaniana degli amori impossibili (insieme a J’ai tué ma mère e Laurence Anyways), narra di amori illusori e illusionisti, della voglia di scacciare l’incombente mostro della solitudine, soprattutto quando si avvicina il rigido inverno e la nostalgia di un caloroso abbraccio si trasforma in una necessità primaria; ogni sessualità viene esplorata, chiunque può identificarsi. Il film è appena iniziato ed è già un cult: il garçon blond con sorriso malizioso e occhiali rossi a cuore arriva sulla scena, con uno charme che farebbe sciogliere anche l’Antartide. Il commento sonoro di Isabelle Pierre suggella la sensualità e la leggiadria di questa scena senza tempo. Sulla storia principale si innestano monologhi di infatuazioni a distanza, virtuali, maniacali attraverso una sceneggiatura sagace e brillante:

Se solo sapesse, probabilmente entrerebbe nel programma di protezione dei testimoni per gli informatori sulla mafia. Glenn Close in Attrazione fatale, sono io;

Penso che se qualcuno morisse ogni volta che clicco su Aggiorna, non rimarrebbe vivo nessuno, cazzo;

Sul tavolo della cucina c’era un foglio di carta blu con su scritto in tedesco – perché lui era tedesco, deve esserlo ancora – “non voglio sprecare la mia vita amandoti male”.

Poetiche inquadrature della campagna del Québec, sublimate dalle musiche di Fever Ray, si alternano a ricercati interni (vedi l’abitazione di Nicolas o lo stile classico dell’appartamento di Marie nell’elegante scena in cui lei batte a macchina la lettera indirizzata all’adonis allumeur). L’osmosi perfetta tra dialoghi, musica ed immagini in movimento si realizza nella scena visionaria del party di Nicolas, dove i disegni di Jean Cocteau, accompagnati da  Pass this on, sono la proiezione mentale dei due amici. Un meticoloso lavoro cinematografico in cui nulla è lasciato al caso, nemmeno i più piccoli e preziosi dettagli, e dove il nostro cineasta è l’artefice di tutto, costumi compresi. Una Nouvelle Vague pop fatta di ciliegie, caramello, cascate di marshmellows e Audrey Hepburn.

Dolan sceglie degli attori di tutto rispetto: Niels Schnerider si rivela straordinario nell’interpretazione (per la quale vincerà il Trofeo Chopard come attore rivelazione) di questo cherubino killer dei sentimenti, figlio di un’erotomane, interpretata dalla straordinaria Anne Dorval. Monia Chokri ricorda Carmen Maura, in bilico tra l’esistenzialismo tipico dei film francesi e la follia sui generis degli spagnoli. I tormenti e le fragilità di Francis ben si prestano all’espressività di Xavier Dolan. Il regista québécois ci regala anche la partecipazione straordinaria di Louis Garrel. I dialoghi sembrano spesso uscire da un romanzo, come lucciole da una lanterna.

Un film estetico che si caratterizza per l’almodovarismo dei colori, la fotografia e contemporanea e retrò, e l’estroso gioco di luci, come nella scena degli amplessi, affrescati come fossero una sinfonia di Bach. Dolan segue i suoi personaggi riprendendoli da dietro, li accompagna con un rallenty à la Wong Kar-Wai che dona piacere estatico trasformando il film in una ballata d’autore il cui ritmo scandisce il subbuglio sentimentale di Marie e Francis.

Il titolo inglese, Heartbeats, è un omaggio ai The Knife. Estrema importanza, infatti, viene data alla musica, che per Dolan è un personaggio del film. Espressione dello scompiglio ormonale dei personaggi, ci fa assaporare un Québec retrò con Isabelle Pierre e Renèè Martel, in una colonna sonora d’alta classe che va dal rap, alla musica classica e arriva fino a Dalida e Vive la fête.

Un’orgia di stile quella di Dolan, prezioso architetto di una pellicola avvolgente e sofisticata con omaggi a Roland Barthes, Gus Van Sant, la Bauhaus, Alfred de Musset e Le Quai des brumes di Marcel Carné.

Con l’amore non si scherza (Alfred DE MUSSET)

L’Eretico su Marte è arrivato

Da qualche giorno ho partorito questo bellissimo contenitore libero pieno idee, pensieri, arte. Una webzine di musica e non solo, nata dalla necessità di dare libero sfogo alle mie non-regole editoriali e giornalistiche, slegate dai soliti dogmi che governano le varie riviste musicali, soprattutto online. L’Eretico su Marte è un progetto che ho creato insieme ai miei preziosi amici e colleghi eretici Marco Salanitri e Azzurra Sottosanti, con i quali ho sempre affrontato questo affascinante e talvolta arduo cammino. Finalmente siamo arrivati ad una destinazione, abbiamo deciso di approdare e fermarci su Marte, pianeta che rappresenta per noi tante cose. Ad accompagnarci e sostenerci sono stati e lo sono tuttora molti amici, lettori, artisti e colleghi che hanno creduto in noi e continuano a crederci. Per cui, un ringraziamento speciale va a Giuseppe Lanno/ Lucio che è stato al nostro fianco ogni santo giorno, ha assecondato tutti i nostri deliri e li ha magicamente e magistralmente traposti in poetiche immagini in movimento. Ringrazio ancora Riccardo Sinigallia, Mauro Ermanno Giovanardi, Antonio Di Martino, Simona Norato, La Governante, Valerio Silvestri in arte Monobjo, La rappresentante di Lista, Andrea Corno in arte Oratio e Alessandro Grazian, i quali si sono splendidamente prestati per la realizzazione dei video teaser eretici.

Nel nostro MANIFESTO ERETICO proveremo un po’ a spiegarvi la nostro linea di pensiero:

3 marzo 2015: dopo un terribile viaggio ipodermico e sotto sale, i nostri eretici riprendono conoscenza ed atterrano sul Pianeta rosso. L’Eretico su Marte è una webzine concepita dall’incontinenza mentale di tre diversamente giovani blogger. La nostra regola è sregolata, sperimentare è il nostro credo, non avere limiti il nostro spazio. Abbandonarsi al flusso di (in)coscienza e scrivere. Ci nutriamo di musica, letteratura, cinema e arte. “Eretico” viene dal greco airetikòs, “che sceglie”: sosteniamo la libertà di non ossequiare alcuna sovrastruttura giornalistica che impone restrizioni di parole, righe e affermazioni. Esprimere il proprio parere: obiettivi sì, ma disumani no! Abbiamo intrapreso un lungo cammino nella selva dello showbiz indipendente, temprato gli spiriti affrontando intrepide lotte contro baracche-redazioni degli orrori, improbabili orchi-manager, organizzatori di eventi dalle sataniche fattezze, sepolcrali e sinistri agenti-promoter. Urliamo il nostro grido di vendetta al male del secolo: i cimiteri della comunicazione travestiti da uffici stampa. Siamo e saremo politically incorrect, non siamo giudici ma donne e uomini appassionati ed entusiasti. Amiamo le rivoluzioni ma non vogliamo effetti speciali, preferiamo le piccole battaglie quotidiane fondate sul potere della parola, del gesto e dell’ascolto. Non recensiremo 10 dischi al giorno, ce ne basteranno uno o due, perché la qualità sarà sempre più importante della quantità, ma giuriamo di tornare all’ascolto, quello vero, della musica e di chi la crea. L’immaginario senza confini è il nostro habitat naturale. E Marte è un pianeta ricco di ossido di ferro necessario a dare l’energia giusta per farlo.

«Se il critico vuole fare l’osservatore puro, lo scienziato dell’Ottocento, senza sentimenti e senza emozioni, imparziale e neutrale come la Svizzera, è portato a fallire miseramente. Perché la neutralità è semplice e condanna il critico a una superficialità senza incertezze, senza domande ma con mille risposte, ordini, dogmi. Questo non si fa, questo non si dice, questo non si pensa. Il critico che critica invece è sempre un eretico. È uno che alla regola oppone l’incubo del dubbio. Oppone l’eversione. C’è sempre bisogno di evertere per cercare, per criticare, per leggere tra le righe, tra i silenzi. […] Bisogna avere paura».
(Alessandro De Filippo, “Il critico critica”, da “Eiga”)

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Aharon – The line between

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Alla sera, piove. Il vento accarezza gli alberi fuori dalla finestra, seguendo l’andamento dei tasti del pianoforte di Aharon. Il mood giusto per ascoltare “The line between”, secondo disco solista, stavolta interamente in piano solo, del compositore e musicista romano Aron Carlocchia (Mary in June, Tbhon). Eseguito e registrato in un’unica live session, in un piovoso pomeriggio di sabato, è stato rilasciato lo scorso 15 dicembre, riscuotendo subito consensi da parte del pubblico e del mondo cinematografico. La melodia malinconica s’intona alle lanterne soffuse della strada, che stanno lì, in dormiveglia e fanno da abat-jour a questa buia notte. I movimenti lenti dei brani dialogano con la pioggia, suonano dolci insieme. I procedimenti stilistici minimali, in minore vi conferiscono un’aria nostalgica, intima e solitaria. Niente monumentalismi o virtuosismi, la musica segue il suo naturale corso espressivo. Ouverture lente, morbide  si vestono di un abito di carattere improvvisativo. I titoli suggestivi entrano in una fitta dialettica con le ritmiche contemplative. La tensione distesa volteggia nell’aria. I motivi declinati trasmettono serenità. I brani aderiscono al carattere delle sonate classiche e sono caratterizzati da un groove ambient e minimale. Affrescano un’atmosfera romantica, di abbandono e pace interiore. Ascoltare questo disco è un’alienazione dalla frenesia sociale, nello sfondo blu dei pensieri. E riaffiorano ricordi simultanei che si sommano ai pensieri presenti. Un desiderio nostalgico o il desiderio di possedere ciò che già si ha. Personale e collettivo insieme, “The line between” è bramare qualcosa, sono le gocce che scivolano sui vetri nel bel mezzo di un temporale.

Domenica 8 Febbraio potrete ascoltare Aharon presso il Teatro Lo Spazio di Roma, alle ore 21.

 

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Livia Ferri – Hyperbole

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Romana, classe ’86 e un diploma in songwriting al Saint Louis College of Music di Roma. Sempre pronta a viaggiare in Europa con un walkman, al liceo s’innamora del folk americano, del fado, e degli scritti di Jack London e Steinbeck. S’ispira a Bjork, tra sonorità à la Adele e Feist. Presentato in anteprima su Radio 2 – Social Club, viene rilasciato oggi Hyperbole, primo singolo estratto da “A path made by walking”, secondo album di Livia Ferri, storia di un cammino al di là del bene e del male che costituisce “il giorno dopo” del  primo lavoro intriso di dolore, “Taking Care”(2012). Livia ci guida in un iter lungo un anno che ci rivelerà lentamente le tracce del disco. Datele una chitarra acustica artigianale, che tratteggia linee emotive pregnanti e con un tono vocale caldo, sporco ricreerà un’atmosfera oscura e introspettiva in un unplugged dai vibrati soul e blues rock. Hyperbole è folk profondo, di paure e perdite in cui imbattersi e con cui scontrarsi pesantemente. Un anestetico contro la sofferenza, la voglia di immaginare “il desiderio di essere quello che volete essere”, come ha dichiarato la songwriter. Istintivo, una presa di coraggio per combattere il dolore che ci affligge. “Immaginate di essere Smeagol e Gollum, immaginate di odiare questa guerra fra loro, che non avrebbe mai dovuto esistere” (Livia Ferri). La querelle tra la parte  migliore di voi e quella che non tollerate. Osservatele dall’esterno, per capire quale anima avrà la meglio. L’indie si sposa al groove portoghese, al folk internazionale. Il testo trasuda relazioni, struggimenti, pezzi di vita logoranti, meditati tra le mura di casa, in isolamento. Hyperbole è il primo passo, tra il buio dei pensieri, per prendere consapevolezza di sé stessi. Non abbiate paura di autodistruggervi  mentre lo ascoltate.

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Monobjo – The Magic of the Big Top

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L’elemento magico è una costante dei lavori di Monobjo. Le note  si vestono di velature oniriche e disegnano i passi di una ballerina dalle movenze aggraziate, incisive come le tracce di “The Magic of the Big Top”, secondo album del compositore romano. Sembra quasi di vederla all’opera in un circo dal tendone multicolor. L’ensemble sonoro si tinge di mille sfumature e assume i tratti della natura, ricordando il precedente “Derisanamscope”. Un misterioso racconto messo in musica. Difficile etichettarlo, la commistione di influenze risonanti fa di questo lavoro un lavoro completo. Ogni suo disco è una pellicola cinematografica, ha l’abilità di narrarti delle storie mistiche in un tempo mitico e in un luogo incantato. I tappeti pianistici decisi e toccanti, talvolta serrati, ti rincorrono e si dischiudono in lucciole danzanti. Una Twin Peaks svuotata delle sue connotazioni horror, ma che ti lascia quel senso di suspense, sospesi tra il mondo che vorremmo, incontaminato, quello di un tempo, che ti avvolge con quel suo profumo di serenità. Trame drammatiche e riflessive. Lo scenario rievocato è quello di  streghe, farfalle, esseri che si uniscono a contorsionisti, elefanti, freaks, clowns, incantatori di serpenti. La colonna sonora ideale per Tod Browning. Le linee melodiche sono ricercate, ancestrali. Il suo più grande potere è forse quello di sonorizzare delle storie per poi lasciare a te il privilegio di fantasticare sul loro sviluppo, di aggiungere i dettagli. S’inizia con la title track, la quale sembra descriverci la giornata tipo di questo circo e i rapporti interpersonali tra i protagonisti. Gli altri brani tracciano le personalità di questi personaggi e la spettacolarità dei loro numeri, caratteristiche percepibili dal carattere imponente e arioso delle fondamenta armoniche. E il pezzo di chiusura, “Another day, Another Show”, segna la stanchezza e la gioia di uno spettacolo appena concluso e un nuovo giorno che ricomincia, e il cerchio si ripete. Chissà quale storia c’è dietro, per lasciarti anche una vena di malinconia. Un discorso sull’essere che spazza via le banalità della vita quotidiana. Riproduce uno spazio razionale e surreale al contempo. Un grande libro di formule magiche. L’allegato speciale di quest’opera è il codice segreto per entrare in diretto contatto con l’essenza pura della musica. La contemplazione sinestetica di un sogno. Un disco psicologico, classico e post contemporaneo, new age.

Tracklist

  1. The Magic of the Big Top
  2. The Contortionist
  3. The Snake Charmer
  4. Tightrope Walking
  5. The Lightness of the Elephants
  6. The Jugglers
  7. The Ringmaster
  8. The Mask of the Clowns
  9. Another Day, Another Show

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Claudio Palumbo – Tutti ci scoglionammo a stento

cover Tutti ci scoglionammo a stentoAvete presente quello che ha l’aria di essere uno scansafatiche, il girovago urbano che balzella tra concerti e teatri occupati? Un ragazzaccio dalla presenza scenica evocante Gesù Cristo. Sì, proprio lui. Capelli lunghi, sguardo e sorriso svampiti. Se l’identikit corrisponde al tipo che avete visto in giro per Catania (e non solo), questi è Il Palumbo. “Tutti ci scoglionammo a stento”, pubblicato il 21 novembre 2014, è il suo secondo album solista, prodotto dalla Doremillaro (sb)Recs, in collaborazione con Golden Catrame, e registrato presso gli studi di Zen Arcade di Catania. Premetto che il primo amore non si scorda mai: fu circa un anno fa, quando ricevetti in dono “Fa che mi spii dalle finestre, suo primo lavoro. Autenticamente DIY. Si era poi distinto, insieme ai suoi degni compari, con i pezzi del suo progetto parallelo, gli Almond Ice Director. Il principio attivo della sua musica è sempre lo stesso: lo-fi a rompere, e riff scanzonati e impertinenti. Già la copertina è tutto un presagio sulla qualità di quest’opera: un artwork di Daniele Melarancio, illustratore allucinato di tutto rispetto. Delle ballate intrise di romanticismo anticonvenzionale, schizofreniche (“cameriere, la mia pizza c’ha gli occhi e mi guarda male”), strafottenti e disadattate (“dormo male e me ne fotto”). Dediche d’amore stralunate che fanno del Palumbo l’uomo che capiva le donne (potete constatarlo da voi ascoltando “La canzone del vecchio maniaco, per esempio). Guizzi maturi di pianoforte come trote accompagnano liriche da cantastorie ambizioso (“La canzone del bimbo ipertrofico). Delle storie uniche, intime, che Claudio Palumbo, come pochi, sa immaginare, vivere e narrare, col suo savoir-faire vocale dissonante, complici le sue chitarre indisciplinate. Ciò che lo rende singolare e apprezzabile è il fatto che non c’è artifizio nei suo racconti e nel suo modo di regalarli all’ascoltatore, non li studia a tavolino, lui è proprio così di natura. Un maniaco romantico. Troviamo di tutto: tappeti sonori kitsch psichedelici, orientaleggianti, punk, folk e cantautorali. “Ballata per chi non balla è una delle perle del disco. Ma non finisce qui, i brani vedono la partecipazione, tra gli altri, del grande Emiliano Cinquerrui (Smegma Bovary, Bestiame), Davide Iannitti (Loveless Whizzkid, Bufo Alvarius), Floriana Grasso (ex Gentless3, Pecora), Cesare Basile e Davide Timpanaro (Loveless Whizzkid, Zuma). Con “Tutti ci scoglionammo a stento, Palumbo si conferma un personaggio singolare, che ha saputo mantenere la creatività che caratterizzava il primo disco e ha avuto anche il tempo e la voglia di fare un salto di qualità, data la maturazione delle trame melodiche, con la grande dote di rimanere lo-fi. Si può essere hardcore e cantautore recondito allo stesso tempo? Sì, lo abbiamo testato direttamente su di lui, che farlo sugli animali sarebbe stato disumano.

Ascolta se ti piace: la Giovanna d’Arco del primo periodo.

 

Palumbo