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Rispolverando lontani ricordi: intervista a Nicolò Carnesi

Qualche giorno fa una persona ha fatto riaffiorare nella mia mente un’intervista a me tanto cara. E in questa notte insonne mi viene voglia di rileggerla in compagnia di Lucio Dalla. Era il 2013, al Teatro Coppola di Catania, in un sabato sera qualunque quando incontrai Nicolò Carnesi. Ero ancora una giornalista in erba. Pubblicai il pezzo per Outsiders Musica, webzine in cui scrivevo ai tempi. Il titolo citava un brano del cantautore palermitano, “In manicomio mi dicevano: la musica si spara in endovena ed io sporcavo le moquette degli alberghi a cinque stelle. Intervista a Nicolò Carnesi“. Ve la ripropongo in quest’ora tarda, che forse si assapora anche meglio. Buona lettura!

È un sabato pomeriggio, di quelli da scazzo dove devi pulire casa, non c’hai voglia e devi pure studiare. Ma improvvisamente ecco che rimembro “ma stasera c’è Carnesi al Coppola!”. A quel punto mi dedico ai miei doveri casalinghi, lieta che dopo saranno seguiti dai piaceri. Verso le sei esco di casa in fretta e furia perché, come sempre, sono in ritardo, la mia collega Vania mi aspetta.Con lei devo intervistare pure l’altro gruppo che stasera suonerà al Teatro Coppola insieme al Nostro (o meglio, è lui a suonare insieme a loro, ma io preferisco ricordare il contrario, m’invoglia di più ad assistere alla serata, senza voler togliere nulla a nessuno!).

Nicolò Carnesi, la nostra perla siciliana, dopo l’ep Ho poca fantasia, conferma le sue  straordinarie doti con l’album Gli eroi non escono il sabato, per Malintenti Dischi: un viaggio onirico e realisticamente contemporaneo, a tratti ironico, undici tracce che schizzano il ritratto di una generazione un po’ stereotipata ( “e non vantiamoci di frasi scritte sulla moleskine di ritorno dall’ ennesima vacanza a Parigi, tutti poeti , tutti scrittori, tutti profeti e tutti bohémien”, recita Moleskine).  Le influenze sono tante, molte estere, dai Cure a Morrissey, ma Nicolò riesce a plasmare uno stile estremamente personale, che non rischia nemmeno per sbaglio di scadere nel già sentito. Lontanissimo dagli odierni gruppetti della cosiddetta sfera “indie”, l’ennesima attestazione che questa Terra riesce a sfornare dei veri autori. Lui giovanissimo, fa strano pensare che sia un mio coetaneo. Ricorda il Battiato più sperimentale. Capace di spiccare anche tra i big della musica, un ragazzo che ha veramente qualcosa da trasmettere perché , come asserisce lui stesso, “non bastano i problemi per scrivere canzoni“. Testi e musica adattabili a qualsiasi situazione, il mio stato d’animo è sempre reattivo ai pezzi, anche quello di adesso che scrivo, sintetizzabile in: “ricordami quei giorni in aeroporto…trasmettimi parole di speranza, trasmettimi un segnale positivo, trasmettimi la voglia di cambiare e dimmi che infondo non è vero che non c’è più niente da dire, più niente da amare, più niente da inventare e mi pietrifico…portami via con te( Medusa).  Acustico ed elettronico, sonorità eighties ( Ho poca fantasia), folk-pop, new wave ed innesti british pop. Il suo, uno stato mentale in cui rifugiarsi. La sua, una voce armoniosa e soave. Le partenze, gli addii, le parole ridotte al silenzio, narrazioni di perdizioni, un vero viaggio tra esperienze, tra i luoghi oscuri del nostro pianoforte cerebrale da cui a volte salta qualche tasto. Un disco da ascoltare in loop, raffinato ed elegante, siciliano ma internazionale, che viaggia dalla Francia ai luoghi esotici, un treno che scorre, a tratti lento, a tratti veloce, intriso di paradisi perduti come Mi sono perso a Zanzibar, con Brunori Sas. Ogniqualvolta lo si ascolta è sempre la prima, beh sapete tipo Ciaula scopre la luna? Ecco, così! Un cantautorato già maturo non appena nato. Devo necessariamente dire che ha stravinto la summa Carnesiana “levati di dosso infine me che non so se l’hai capito che non sono così fico“, che troviamo nella coda finale del brano Levati (frase che personalmente ho già adottato in varie situazioni!). Appicciando una sigaretta, mentre lui sbircia la mia agenda esclamando “mii quante domande! Sono facili almeno!?”, inizia il dialogo, dall’ alto della sua statura (credo di essere io troppo bassa!).

Nei tuoi testi troviamo sempre questo riferimento, anche un po’ onirico, al viaggio e alla fuga: ma dov’è che vuoi andare, da cosa vuoi scappare?

Questo è quello che mi piacerebbe sapere, ho scritto queste cose per avere delle risposte da chi ascolta, ma purtroppo ancora non ne sono arrivate, lo sto scoprendo, tanto che ora farò altri viaggi ancora più lontani, magari su altre galassie. In realtà in me c’è sempre stata una voglia di fuga che può essere ambivalente: fisica, in cui penso che voglio lasciare il posto dove sto per scoprirne altri, o mentale, semplicemente una fuga da un modo di essere, da un sentimento o da qualsiasi altra cosa. È  per questo che tendo spesso ad usare quel termine che ha molteplici aspetti.

Come è nata la collaborazione con Brunori?

È nata in maniera particolare: ci ritrovammo ad un festival ad Enna, io raccontavo che stavo lavorando a questo disco e che in quella canzone avevo bisogno di una seconda voce, che rappresentasse un po’ il ‘me adulto’. Brunori sembra un po’ anziano, più vecchio di quello che è (ride), spesso ci prendiamo in giro a vicenda per questa cosa. Quella sera avevo perso le chiavi, grazie al suo aiuto le ho ritrovate e fra una birra e l’altra è nata la collaborazione, che è riuscita bene. In seguito abbiamo suonato spesso insieme, facendo anche altre canzoni dal vivo. Più o meno succede sempre così, ci si fa simpatia.

Mi ha colpito molto la ballata Sophie: ti va di raccontarci la storia di questo pezzo?

In realtà non è mai uscito, l’ho scritto qualche anno fa, prima dell’attuale  disco. Mi è capitato di avere questo teatro a disposizione con Vincenzo Parisi, un mio amico pianista, e con un bel pianoforte abbiamo registrato la canzone. – Posso dirti un odore che mi ha ispirato nella composizione, quell’ odore tipico che c’è ad inizio settembre, a cavallo tra l’estate e l’autunno, in cui arriva la prima pioggia e l’asfalto profuma in particolar modo – da quella frase “le piace l’asfalto bagnato” ho inventato questa fantomatica Sophie, rubando un po’ il nome a mia sorella che si chiama Sofia e trasformandolo in francese perché suonava meglio. Non è una canzone autobiografica.

Dato che sei siciliano anche tu e la cosa ti coinvolge quindi in prima persona, se ti va di rispondere, cosa ne pensi del fatto che a Battiato sia stato revocato l’incarico di assessore?

Penso che viviamo in un paese abbastanza ipocrita. Io ammiro molto Battiato a livello artistico. Quando una persona libera entra in un sistema fatto di doppi giochi e ipocrisia è difficile sopravvivere. Perché lo sappiamo tutti che ci sono delle tipe in parlamento poco raccomandabili, Grillo lo grida ai quattro venti e ha il 25 %, Battiato lo dice ad una conferenza e viene linciato. Quindi forse per lui è stato anche meglio uscire da questo sistema, c’ha provato, è esageratamente libero forse per entrare in una dinamica politica, come quella italiana soprattutto, piena di paradossi e ipocrisie. Se Berlusconi fa la battuta con la tizia passa inosservato, purtroppo questo è il paese, così vanno le cose, non c’è molto da arrabbiarsi. Abbiamo perso un’occasione, non sappiamo quello che poteva fare, ma quando il sistema dall’ interno non funziona non si possono fare miracoli. Protestiamo, cantiamo, reagiamo in qualche maniera, l’importante è che siamo consapevoli di quello che vogliamo e di quello che facciamo, al di là dei giochi di potere, a cui non dovremmo proprio interessarci, perché è proprio l’attenzione che diamo a dargli potere.

Cosa significa per te fare il cantautore, quando hai capito che la musica era la tua strada?

Di base ho sempre avuto una passione per la musica, quasi innata. Ho suonato in vari gruppi, da adolescente è chiaro che ti cimenti con tutti gli strumenti. Ho iniziato a scrivere al liceo, pezzi in inglese, un inglese pessimo tra l’altro, perché ancora ero esageratamente timido e non avevo voglia che la gente capisse quello che dicevo. Ho fatto varie cose, dall’ elettronica a cose più cantautorali, ho cercato un po’ di unire questi due mondi, la musica britannica, le chitarrine wave e i sintetizzatori con un approccio cantautorale italiano. La mia vita ha subito un po’ di cambiamenti.

A proposito dei pezzi in inglese, si può sapere qual è questo primo pezzo in inglese che hai scritto?

In realtà non esiste, sarà in qualche hard disk impolverato, non ricordo nemmeno il titolo, forse non ce l’aveva. Sono cose che scrivi così: parliamo di me quindicenne che scrivo e suono con la tastierina, non sono mai state registrate in studio, non esistono. Non credo si sentiranno mai, nemmeno voglio che questo succeda!

C’è qualche pezzo che ti rappresenta di più?

In generale sono affezionato a tutti i miei pezzi. Ti posso dire cosa mi sarebbe piaciuto scrivere della canzone italiana: “Cara” di Lucio Dalla, per come racconta l’amore.

Per quanto riguarda il titolo dell’album Gli eroi non escono il sabato, da cosa deriva la scelta ?

Perché volevo che mi chiedessero il perché proprio per non dirlo!

Tu sei un tipo da sabato sera!?

Io esco il sabato. Che giorno è oggi!? E dove siamo? Fuori! Sicuramente c’è un’ironia di base che mi divertiva e poi secondo me riesce a riassumere per certi versi  alcuni temi del disco, dato che il sabato e gli eroi sono spesso citati nei testi, molte storie si svolgono anche fuori, al centro di Palermo. Se mi va di uscire il sabato lo faccio, altrimenti no, l’importante è essere liberi in queste scelte. Non è che se è il trentuno di dicembre tu devi per forza festeggiare il capodanno, il sabato è un po’ la stessa cosa. È solo una metafora,non ti sentire obbligato dal conformismo, fai ciò che vuoi, magari preferibilmente lo fai pure bene. Il titolo è solo per ridere, diciamo la verità, non va preso con  serietà, o anche sì ogni tanto.

“Il centro di Palermo non offre mai di meglio”…

Abitando in una città ogni tanto ti capita che pensi che non c’è niente da fare, il giorno in cui ho scritto Levati, mi sentivo così.

C’è qualche collaborazione che ti piacerebbe fare che non hai ancora fatto?

Mi piacerebbe sicuramente lavorare con Battiato, o se dobbiamo puntare ancora più in alto facciamo Morrisey, Robert Smith, o Damon Albarn. Ce ne sono tanti ma secondo me è abbastanza difficile.

Anche perché le influenze nella tua musica sono quelle: Smiths, Cure, anche Coldplay…

Sì sì sicuramente quello c’è, così come Beck, il folk americano, Jonny Cash e l’elettronica. Ho cercato un po’ di unire tutte queste cose. Uno dei miei gruppi preferiti sono i Radiohead, magari non si sente, ma quando ascolti qualcosa lo metabolizzi e poi lo metti, anche involontariamente, e diventa un miscuglio che poi si spera diventi il tuo stile. Ognuno di noi ha un’impronta digitale in quello che fa, come tu nella tua intervista avrai la tua impronta, io nella mia canzone avrò la mia e questo non è solo merito della nostra persona ma anche dell’esterno che ci ha mandato impulsi e non li abbiamo riciclati.

Progetti futuri?

Ho finito il tour e sto scrivendo le canzoni nuove per l’eventuale prossimo disco che si spera possa uscire. Quindi sto a casa, isolato, ogni tanto esco il sabato! 

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L’Eretico su Marte è arrivato

Da qualche giorno ho partorito questo bellissimo contenitore libero pieno idee, pensieri, arte. Una webzine di musica e non solo, nata dalla necessità di dare libero sfogo alle mie non-regole editoriali e giornalistiche, slegate dai soliti dogmi che governano le varie riviste musicali, soprattutto online. L’Eretico su Marte è un progetto che ho creato insieme ai miei preziosi amici e colleghi eretici Marco Salanitri e Azzurra Sottosanti, con i quali ho sempre affrontato questo affascinante e talvolta arduo cammino. Finalmente siamo arrivati ad una destinazione, abbiamo deciso di approdare e fermarci su Marte, pianeta che rappresenta per noi tante cose. Ad accompagnarci e sostenerci sono stati e lo sono tuttora molti amici, lettori, artisti e colleghi che hanno creduto in noi e continuano a crederci. Per cui, un ringraziamento speciale va a Giuseppe Lanno/ Lucio che è stato al nostro fianco ogni santo giorno, ha assecondato tutti i nostri deliri e li ha magicamente e magistralmente traposti in poetiche immagini in movimento. Ringrazio ancora Riccardo Sinigallia, Mauro Ermanno Giovanardi, Antonio Di Martino, Simona Norato, La Governante, Valerio Silvestri in arte Monobjo, La rappresentante di Lista, Andrea Corno in arte Oratio e Alessandro Grazian, i quali si sono splendidamente prestati per la realizzazione dei video teaser eretici.

Nel nostro MANIFESTO ERETICO proveremo un po’ a spiegarvi la nostro linea di pensiero:

3 marzo 2015: dopo un terribile viaggio ipodermico e sotto sale, i nostri eretici riprendono conoscenza ed atterrano sul Pianeta rosso. L’Eretico su Marte è una webzine concepita dall’incontinenza mentale di tre diversamente giovani blogger. La nostra regola è sregolata, sperimentare è il nostro credo, non avere limiti il nostro spazio. Abbandonarsi al flusso di (in)coscienza e scrivere. Ci nutriamo di musica, letteratura, cinema e arte. “Eretico” viene dal greco airetikòs, “che sceglie”: sosteniamo la libertà di non ossequiare alcuna sovrastruttura giornalistica che impone restrizioni di parole, righe e affermazioni. Esprimere il proprio parere: obiettivi sì, ma disumani no! Abbiamo intrapreso un lungo cammino nella selva dello showbiz indipendente, temprato gli spiriti affrontando intrepide lotte contro baracche-redazioni degli orrori, improbabili orchi-manager, organizzatori di eventi dalle sataniche fattezze, sepolcrali e sinistri agenti-promoter. Urliamo il nostro grido di vendetta al male del secolo: i cimiteri della comunicazione travestiti da uffici stampa. Siamo e saremo politically incorrect, non siamo giudici ma donne e uomini appassionati ed entusiasti. Amiamo le rivoluzioni ma non vogliamo effetti speciali, preferiamo le piccole battaglie quotidiane fondate sul potere della parola, del gesto e dell’ascolto. Non recensiremo 10 dischi al giorno, ce ne basteranno uno o due, perché la qualità sarà sempre più importante della quantità, ma giuriamo di tornare all’ascolto, quello vero, della musica e di chi la crea. L’immaginario senza confini è il nostro habitat naturale. E Marte è un pianeta ricco di ossido di ferro necessario a dare l’energia giusta per farlo.

«Se il critico vuole fare l’osservatore puro, lo scienziato dell’Ottocento, senza sentimenti e senza emozioni, imparziale e neutrale come la Svizzera, è portato a fallire miseramente. Perché la neutralità è semplice e condanna il critico a una superficialità senza incertezze, senza domande ma con mille risposte, ordini, dogmi. Questo non si fa, questo non si dice, questo non si pensa. Il critico che critica invece è sempre un eretico. È uno che alla regola oppone l’incubo del dubbio. Oppone l’eversione. C’è sempre bisogno di evertere per cercare, per criticare, per leggere tra le righe, tra i silenzi. […] Bisogna avere paura».
(Alessandro De Filippo, “Il critico critica”, da “Eiga”)

www.lereticosumarte.com

Facebook: lereticosumarte

Der Himmel über Berlin | Schwefelgelb live @La Chiave

Versione italiana

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Die Live-Konzerte organisiert von Weak sind immer wieder eine Garantie, aber diesmal haben die Jungen sich selbst übertroffen. Sie haben den besten Ort von Catania ausgewählt, La Chiave, für eine so dark Performance: die von den Schwefelgelb, zwei Jungen aus Berlin, die es faustdick hinter den Ohren haben. Hier im Club “La Chiave” verspürt man ein Berlin-Club Atmosphäre, die Wände sind schwarz. Klinkenstecker an, jetzt kann das Konzert beginnen. Wir befinden uns in den 80er Jahren, oder? Eine Orgie von Klängen überschneidet sich und verdreht jede Körperzelle. Wie eine Momentaufnahme durch eine gemütliche Psychose geknipst. In der Menschenmenge herrscht schon die Begeisterung. Rauch überall.  Alle sind bereit, mit dieser Körpermusik zu tanzen. Dopende Synthesizer stark strukturiert, so ausgeprägt, dass sie das Aussehen deines Unbewussten bekommen. Man begehrt hier diese Noten anzufassen, die dich in die Arkadien des Minimal Techno schleppen. Sid ist der Leadsänger, Eddy an den Machines: untrennbar, ein Yin und Yang mit helldunkler Wave. Harte teutonische Goth-Vokalisten, reich an Emotivität und mit einer großartigen Fähigkeit, Klänge zu manipulieren. Die Semantik der Songs projiziert einen Indipendentfilm, wie in Alle Sterne oder Stein auf Stein. Ein zu Labyrinthentzündung führender Groove, sinnlich, fleischlich und gleichzeitig ätherisch.

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Eine finstere Faszination, durchdringend und flüchtig. Wie besessen vom Feuer der New Wave, das bis an jede einzelne Wand des Clubs reicht. Ein Duo mit nicht nur musikalischer, sondern auch ästetischer Anziehungskraft. Vintage Outfits, Sehnsucht nach den Eighties. Erinnerungen und Verheißungen wechseln einander ab: die Songs bekommen Punk Farben, auf einem Techno- und Electronetz, das seine erzählerische Linie von der Neuen Deutschen Welle herleitet, um dann post-industrielle und avant-garde Sounds auszumalen. Komplexe Minimalismen, die auf den schwarzen Hintergrund der Worte gestürzt werden und geblendet durch ein reines weißes Licht – in die Menschenmenge geschossen –, das dich gleich von der Hölle zum Himmel führt, der über Berlin. Bauhausanklang, minimale Geometrie, mitunter bunt: diese Klänge scheinen, ein Denkmal an die deutsche architektonische Ästethik zu errichten. Es steckt was Mystisches in Berlin, im Übrigen ist sie die Stadt der Engel. Der Einklang der black und white Beats lässt einen gelben, sich bis zum Dach des Raums erhebenden Staub ausfließen. Wie kann bei der Mischung vom Gelben und Weißen ein “Schwefelgelb” entstehen? Das ist ja keine empirische Antwort, aber es gibt: Schwefelgelb.

Emanuela La Mela

Übersetzung ins Deutsche: Dario Morabito

(Foto: Gianluca Montagna)

Premio Tenco 2014: Resistenza de che?

tenco 2014A guardare i primi risultati del Premio Tenco 2014, usciti lo scorso martedì, viene da chiedersi che fine abbiano fatto certi artisti candidati, come Riccardo Sinigallia o Samuele Bersani, e perché persista ancora imperterrito Brunori. Sembra quasi si stia radicando all’interno del Premio una certa politica basata su meccanismi  d’interesse, poco imparziale, che privilegia fini commerciali, talvolta al limite del mediocre. Oppure la giuria è composta prevalentemente da giornalisti incompetenti? Che il Premio Tenco oramai non rispecchi più l’Artista di cui porta il nome è assodato. Ricordiamo la scelta di Cesare Basile di rifiutare il premio dello scorso anno come miglior album in dialetto, a causa del fatto che il Club Tenco, dopo uno scontro tra il Teatro Valle e la S.IA.E., decise di parteggiare per quest’ultimo, cancellando la manifestazione che doveva svolgersi al Teatro. La S.I.A.E. era anche partner del Premio e il Club, guarda caso, ritenne “di non dover alimentare, per la sua parte, attriti e polemiche, e per questo rinuncia serenamente ad un evento che potrebbe acuire il dissidio tra le due parti”. Per solidarietà a Basile, gli Afterhours declinarono l’invito a partecipare come ospiti d’onore. Il Club Tenco dimostrò così di non stare più dalla parte degli artisti. Ritornando a quest’anno, L’amore non esiste di Fabi, Gazzè e Silvestri, è uno dei brani candidati per il miglior singolo e, per quanto orecchiabile, suona più come una manovra di marketing, un prodotto ben impacchettato. La scelta di prendere in considerazione Lo Stato Sociale è incommentabile, per fortuna si sono fermati al primo step. Come si fa a tenere Levante (per carità, carina da ascoltare) ed eliminare capolavori quali En e Xanax di Samuele Bersani e Prima di andare via di Riccardo Sinigallia? Sinigallia era candidato anche nella sezione miglior album dell’anno con Per tutti e anche qui surclassato da album-orrori come Il cammino di Santiago in taxi di Brunori o dal meritevole Vasco Brondi con Costellazioni, lavoro che confina con la sufficienza e poco adatto alla Targa.

E’ questa la rivoluzione? Può questa definirsi valorizzazione delle piccole realtà musicali e della musica di qualità? L’impressione è che il Premio Tenco stia andando nella direzione dell’assoggettamento a realtà burocratiche che vedono la musica più come un business, un qualcosa da amministrare a privilegio di pochi. Fa molto piacere siano stati candidati artisti quali Caparezza e Massimo Volume, così come Francesco Di Bella, Virginiana Miller e Saluti da Saturno. È già una vittoria ma una magra consolazione in quanto vorremmo un Premio Tenco onorevole in toto. A che è valso scegliere come tema per quest’anno quello della Resistenza, fare esibire significativi musicisti come  Esther Béjarano e organizzare valide iniziative come Musica contro le mafie, se poi viene solo favorita, per certi versi, la resistenza del cantautorato plastico? Sartre diceva che i riconoscimenti limitano la libertà di pensiero, è vero. E se questo è tutto ciò che il Tenco riesce a fare, è preferibile boicottarlo o quanto meno limitare il suo valore.

Qui sotto gli artisti rimasti in gara. Ai lettori larga sentenza.

Miglior singolo:

L’amore non esiste, scritta da Niccolò Fabi, Max Gazzè, Daniele Silvestri (anche interpreti) Il cielo è vuoto, scritta da Cristiano De André, Dario Faini, Diego Mancino (interprete: Cristiano De André)                                                                                                                           Del suo veloce volo, scritta da Antony Hegarty, Franco Battiato, Manlio Sgalambro (interpreti: Franco Battiato e Antony)                                                                                            Lettera di San Paolo agli operai, scritta dai Virginiana Miller (anche interpreti)                    Sessanta sacchi di carbone, scritta da Giacomo Lariccia (anche interprete)

Miglior album dell’anno:

Brunori Sas, Il cammino di Santiago in taxi                                                                                    Caparezza, Museica                                                                                                                                  Le Luci della Centrale Elettrica, Costellazioni                                                                                Massimo Volume, Aspettando i barbari                                                                                      Nada, Occupo poco spazio                                                                                                          Virginiana Miller, Venga il regno

Miglior album in dialetto:

Enzo Avitabile, Music life O.s.t.                                                                                                        Francesco Di Bella, Francesco Di Bella & Ballads Cafè                                                                  99 Posse, Curre curre guagliò 2.0                                                                                                          Davide Van De Sfroos, Goga e Magoga                                                                                       Loris Vescovo, Penisolâti

Mglior opera prima (di cantautore):

Betti Barsantini, Betti Barsantini                                                                                                     Pierpaolo Capovilla, Obtorto collo                                                                                                       Filippo Graziani, Le cose belle                                                                                                           Johann Sebastian Punk, More Lovely and More Temperate                                                     Levante, Manuale distruzione

Miglior interprete di canzoni non proprie:

Chiara Civello, Canzoni                                                                                                                           Fiorella Mannoia, A te                                                                                                                             Mirco Menna, Io, Domenico e tu                                                                                                 Alberto Patrucco e Andrea Mirò, Segni (e) particolari                                                                     Raiz e Fausto Mesolella, Dago Red                                                                                                 Saluti da Saturno, Shaloma locomotiva

Monobjo – Derisanamscope

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Davanti la finestra guardo l’Etna. Parte il giradischi. Una luce m’abbaglia e subito dopo sono sdraiata per terra, scossa dal jet leg osservo il cielo. In mezzo ai boschi odo una musica mistica e profonda, Esbat on May è la sua prima declinazione. La Luna piena è la testimone di questa notte, incarna la Dea e dialoga con gli strumenti, alimentati dall’energia che Ella emana. Mi giro per scovare la canzone, con le sue sinuosità si nasconde e mi rincorre, mi scruta con le sue note a tratti calanti, a tratti inquiete, ma sempre possenti. Un piano e un’arpa sovrastano lo scenario e lo dominano. I pensieri scivolano, le rimembranze riaffiorano tra Circles and Flames. Una passeggiata in riva al mare, i pensieri si accartocciano nell’apeiron della tua mente. L’acqua invade lo scoglio che sa di pesce. Una reminescenza. La barca a vela danza felice tra le onde di The Face of S1m0ne. Mi trascina tra la vegetazione rigogliosa di un’isola dove la trascendenza del suono accelera il mio passo, sospinto dai convinti battiti del pianoforte. La musica prosegue serrata, un suono dolce e sicuro, come un hula hoop, gira intorno alla giovane ballerina di un antico carillon nascosto dentro un albero di betulla: The fireflies dance. Si trasforma in immagini in movimento,  da un cinematografo proietta la pellicola in b/n, si fa chiamare Six Steps. I tasti del piano volteggiano e rimbalzano dolce,col guizzo di una trota scorrono veloci le loro istantanee, la tipa sorride e bacia il suo amante mentre una coccinella attraversa lo schermo. Un Musorgskij arioso e maestoso riavvolge il nastro mentre il torrente scorre veloce sfociando nel lago che fa eco alla melodia. Skulls in a forest bacia le pareti atmosferiche, come delle grandi radici che s’abbracciano sottoterra, la sua forza misteriosa m’afferra per sempre.

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