Archivi tag: Catania

Rispolverando lontani ricordi: intervista a Nicolò Carnesi

Qualche giorno fa una persona ha fatto riaffiorare nella mia mente un’intervista a me tanto cara. E in questa notte insonne mi viene voglia di rileggerla in compagnia di Lucio Dalla. Era il 2013, al Teatro Coppola di Catania, in un sabato sera qualunque quando incontrai Nicolò Carnesi. Ero ancora una giornalista in erba. Pubblicai il pezzo per Outsiders Musica, webzine in cui scrivevo ai tempi. Il titolo citava un brano del cantautore palermitano, “In manicomio mi dicevano: la musica si spara in endovena ed io sporcavo le moquette degli alberghi a cinque stelle. Intervista a Nicolò Carnesi“. Ve la ripropongo in quest’ora tarda, che forse si assapora anche meglio. Buona lettura!

È un sabato pomeriggio, di quelli da scazzo dove devi pulire casa, non c’hai voglia e devi pure studiare. Ma improvvisamente ecco che rimembro “ma stasera c’è Carnesi al Coppola!”. A quel punto mi dedico ai miei doveri casalinghi, lieta che dopo saranno seguiti dai piaceri. Verso le sei esco di casa in fretta e furia perché, come sempre, sono in ritardo, la mia collega Vania mi aspetta.Con lei devo intervistare pure l’altro gruppo che stasera suonerà al Teatro Coppola insieme al Nostro (o meglio, è lui a suonare insieme a loro, ma io preferisco ricordare il contrario, m’invoglia di più ad assistere alla serata, senza voler togliere nulla a nessuno!).

Nicolò Carnesi, la nostra perla siciliana, dopo l’ep Ho poca fantasia, conferma le sue  straordinarie doti con l’album Gli eroi non escono il sabato, per Malintenti Dischi: un viaggio onirico e realisticamente contemporaneo, a tratti ironico, undici tracce che schizzano il ritratto di una generazione un po’ stereotipata ( “e non vantiamoci di frasi scritte sulla moleskine di ritorno dall’ ennesima vacanza a Parigi, tutti poeti , tutti scrittori, tutti profeti e tutti bohémien”, recita Moleskine).  Le influenze sono tante, molte estere, dai Cure a Morrissey, ma Nicolò riesce a plasmare uno stile estremamente personale, che non rischia nemmeno per sbaglio di scadere nel già sentito. Lontanissimo dagli odierni gruppetti della cosiddetta sfera “indie”, l’ennesima attestazione che questa Terra riesce a sfornare dei veri autori. Lui giovanissimo, fa strano pensare che sia un mio coetaneo. Ricorda il Battiato più sperimentale. Capace di spiccare anche tra i big della musica, un ragazzo che ha veramente qualcosa da trasmettere perché , come asserisce lui stesso, “non bastano i problemi per scrivere canzoni“. Testi e musica adattabili a qualsiasi situazione, il mio stato d’animo è sempre reattivo ai pezzi, anche quello di adesso che scrivo, sintetizzabile in: “ricordami quei giorni in aeroporto…trasmettimi parole di speranza, trasmettimi un segnale positivo, trasmettimi la voglia di cambiare e dimmi che infondo non è vero che non c’è più niente da dire, più niente da amare, più niente da inventare e mi pietrifico…portami via con te( Medusa).  Acustico ed elettronico, sonorità eighties ( Ho poca fantasia), folk-pop, new wave ed innesti british pop. Il suo, uno stato mentale in cui rifugiarsi. La sua, una voce armoniosa e soave. Le partenze, gli addii, le parole ridotte al silenzio, narrazioni di perdizioni, un vero viaggio tra esperienze, tra i luoghi oscuri del nostro pianoforte cerebrale da cui a volte salta qualche tasto. Un disco da ascoltare in loop, raffinato ed elegante, siciliano ma internazionale, che viaggia dalla Francia ai luoghi esotici, un treno che scorre, a tratti lento, a tratti veloce, intriso di paradisi perduti come Mi sono perso a Zanzibar, con Brunori Sas. Ogniqualvolta lo si ascolta è sempre la prima, beh sapete tipo Ciaula scopre la luna? Ecco, così! Un cantautorato già maturo non appena nato. Devo necessariamente dire che ha stravinto la summa Carnesiana “levati di dosso infine me che non so se l’hai capito che non sono così fico“, che troviamo nella coda finale del brano Levati (frase che personalmente ho già adottato in varie situazioni!). Appicciando una sigaretta, mentre lui sbircia la mia agenda esclamando “mii quante domande! Sono facili almeno!?”, inizia il dialogo, dall’ alto della sua statura (credo di essere io troppo bassa!).

Nei tuoi testi troviamo sempre questo riferimento, anche un po’ onirico, al viaggio e alla fuga: ma dov’è che vuoi andare, da cosa vuoi scappare?

Questo è quello che mi piacerebbe sapere, ho scritto queste cose per avere delle risposte da chi ascolta, ma purtroppo ancora non ne sono arrivate, lo sto scoprendo, tanto che ora farò altri viaggi ancora più lontani, magari su altre galassie. In realtà in me c’è sempre stata una voglia di fuga che può essere ambivalente: fisica, in cui penso che voglio lasciare il posto dove sto per scoprirne altri, o mentale, semplicemente una fuga da un modo di essere, da un sentimento o da qualsiasi altra cosa. È  per questo che tendo spesso ad usare quel termine che ha molteplici aspetti.

Come è nata la collaborazione con Brunori?

È nata in maniera particolare: ci ritrovammo ad un festival ad Enna, io raccontavo che stavo lavorando a questo disco e che in quella canzone avevo bisogno di una seconda voce, che rappresentasse un po’ il ‘me adulto’. Brunori sembra un po’ anziano, più vecchio di quello che è (ride), spesso ci prendiamo in giro a vicenda per questa cosa. Quella sera avevo perso le chiavi, grazie al suo aiuto le ho ritrovate e fra una birra e l’altra è nata la collaborazione, che è riuscita bene. In seguito abbiamo suonato spesso insieme, facendo anche altre canzoni dal vivo. Più o meno succede sempre così, ci si fa simpatia.

Mi ha colpito molto la ballata Sophie: ti va di raccontarci la storia di questo pezzo?

In realtà non è mai uscito, l’ho scritto qualche anno fa, prima dell’attuale  disco. Mi è capitato di avere questo teatro a disposizione con Vincenzo Parisi, un mio amico pianista, e con un bel pianoforte abbiamo registrato la canzone. – Posso dirti un odore che mi ha ispirato nella composizione, quell’ odore tipico che c’è ad inizio settembre, a cavallo tra l’estate e l’autunno, in cui arriva la prima pioggia e l’asfalto profuma in particolar modo – da quella frase “le piace l’asfalto bagnato” ho inventato questa fantomatica Sophie, rubando un po’ il nome a mia sorella che si chiama Sofia e trasformandolo in francese perché suonava meglio. Non è una canzone autobiografica.

Dato che sei siciliano anche tu e la cosa ti coinvolge quindi in prima persona, se ti va di rispondere, cosa ne pensi del fatto che a Battiato sia stato revocato l’incarico di assessore?

Penso che viviamo in un paese abbastanza ipocrita. Io ammiro molto Battiato a livello artistico. Quando una persona libera entra in un sistema fatto di doppi giochi e ipocrisia è difficile sopravvivere. Perché lo sappiamo tutti che ci sono delle tipe in parlamento poco raccomandabili, Grillo lo grida ai quattro venti e ha il 25 %, Battiato lo dice ad una conferenza e viene linciato. Quindi forse per lui è stato anche meglio uscire da questo sistema, c’ha provato, è esageratamente libero forse per entrare in una dinamica politica, come quella italiana soprattutto, piena di paradossi e ipocrisie. Se Berlusconi fa la battuta con la tizia passa inosservato, purtroppo questo è il paese, così vanno le cose, non c’è molto da arrabbiarsi. Abbiamo perso un’occasione, non sappiamo quello che poteva fare, ma quando il sistema dall’ interno non funziona non si possono fare miracoli. Protestiamo, cantiamo, reagiamo in qualche maniera, l’importante è che siamo consapevoli di quello che vogliamo e di quello che facciamo, al di là dei giochi di potere, a cui non dovremmo proprio interessarci, perché è proprio l’attenzione che diamo a dargli potere.

Cosa significa per te fare il cantautore, quando hai capito che la musica era la tua strada?

Di base ho sempre avuto una passione per la musica, quasi innata. Ho suonato in vari gruppi, da adolescente è chiaro che ti cimenti con tutti gli strumenti. Ho iniziato a scrivere al liceo, pezzi in inglese, un inglese pessimo tra l’altro, perché ancora ero esageratamente timido e non avevo voglia che la gente capisse quello che dicevo. Ho fatto varie cose, dall’ elettronica a cose più cantautorali, ho cercato un po’ di unire questi due mondi, la musica britannica, le chitarrine wave e i sintetizzatori con un approccio cantautorale italiano. La mia vita ha subito un po’ di cambiamenti.

A proposito dei pezzi in inglese, si può sapere qual è questo primo pezzo in inglese che hai scritto?

In realtà non esiste, sarà in qualche hard disk impolverato, non ricordo nemmeno il titolo, forse non ce l’aveva. Sono cose che scrivi così: parliamo di me quindicenne che scrivo e suono con la tastierina, non sono mai state registrate in studio, non esistono. Non credo si sentiranno mai, nemmeno voglio che questo succeda!

C’è qualche pezzo che ti rappresenta di più?

In generale sono affezionato a tutti i miei pezzi. Ti posso dire cosa mi sarebbe piaciuto scrivere della canzone italiana: “Cara” di Lucio Dalla, per come racconta l’amore.

Per quanto riguarda il titolo dell’album Gli eroi non escono il sabato, da cosa deriva la scelta ?

Perché volevo che mi chiedessero il perché proprio per non dirlo!

Tu sei un tipo da sabato sera!?

Io esco il sabato. Che giorno è oggi!? E dove siamo? Fuori! Sicuramente c’è un’ironia di base che mi divertiva e poi secondo me riesce a riassumere per certi versi  alcuni temi del disco, dato che il sabato e gli eroi sono spesso citati nei testi, molte storie si svolgono anche fuori, al centro di Palermo. Se mi va di uscire il sabato lo faccio, altrimenti no, l’importante è essere liberi in queste scelte. Non è che se è il trentuno di dicembre tu devi per forza festeggiare il capodanno, il sabato è un po’ la stessa cosa. È solo una metafora,non ti sentire obbligato dal conformismo, fai ciò che vuoi, magari preferibilmente lo fai pure bene. Il titolo è solo per ridere, diciamo la verità, non va preso con  serietà, o anche sì ogni tanto.

“Il centro di Palermo non offre mai di meglio”…

Abitando in una città ogni tanto ti capita che pensi che non c’è niente da fare, il giorno in cui ho scritto Levati, mi sentivo così.

C’è qualche collaborazione che ti piacerebbe fare che non hai ancora fatto?

Mi piacerebbe sicuramente lavorare con Battiato, o se dobbiamo puntare ancora più in alto facciamo Morrisey, Robert Smith, o Damon Albarn. Ce ne sono tanti ma secondo me è abbastanza difficile.

Anche perché le influenze nella tua musica sono quelle: Smiths, Cure, anche Coldplay…

Sì sì sicuramente quello c’è, così come Beck, il folk americano, Jonny Cash e l’elettronica. Ho cercato un po’ di unire tutte queste cose. Uno dei miei gruppi preferiti sono i Radiohead, magari non si sente, ma quando ascolti qualcosa lo metabolizzi e poi lo metti, anche involontariamente, e diventa un miscuglio che poi si spera diventi il tuo stile. Ognuno di noi ha un’impronta digitale in quello che fa, come tu nella tua intervista avrai la tua impronta, io nella mia canzone avrò la mia e questo non è solo merito della nostra persona ma anche dell’esterno che ci ha mandato impulsi e non li abbiamo riciclati.

Progetti futuri?

Ho finito il tour e sto scrivendo le canzoni nuove per l’eventuale prossimo disco che si spera possa uscire. Quindi sto a casa, isolato, ogni tanto esco il sabato! 

Annunci

Claudio Palumbo – Tutti ci scoglionammo a stento

cover Tutti ci scoglionammo a stentoAvete presente quello che ha l’aria di essere uno scansafatiche, il girovago urbano che balzella tra concerti e teatri occupati? Un ragazzaccio dalla presenza scenica evocante Gesù Cristo. Sì, proprio lui. Capelli lunghi, sguardo e sorriso svampiti. Se l’identikit corrisponde al tipo che avete visto in giro per Catania (e non solo), questi è Il Palumbo. “Tutti ci scoglionammo a stento”, pubblicato il 21 novembre 2014, è il suo secondo album solista, prodotto dalla Doremillaro (sb)Recs, in collaborazione con Golden Catrame, e registrato presso gli studi di Zen Arcade di Catania. Premetto che il primo amore non si scorda mai: fu circa un anno fa, quando ricevetti in dono “Fa che mi spii dalle finestre, suo primo lavoro. Autenticamente DIY. Si era poi distinto, insieme ai suoi degni compari, con i pezzi del suo progetto parallelo, gli Almond Ice Director. Il principio attivo della sua musica è sempre lo stesso: lo-fi a rompere, e riff scanzonati e impertinenti. Già la copertina è tutto un presagio sulla qualità di quest’opera: un artwork di Daniele Melarancio, illustratore allucinato di tutto rispetto. Delle ballate intrise di romanticismo anticonvenzionale, schizofreniche (“cameriere, la mia pizza c’ha gli occhi e mi guarda male”), strafottenti e disadattate (“dormo male e me ne fotto”). Dediche d’amore stralunate che fanno del Palumbo l’uomo che capiva le donne (potete constatarlo da voi ascoltando “La canzone del vecchio maniaco, per esempio). Guizzi maturi di pianoforte come trote accompagnano liriche da cantastorie ambizioso (“La canzone del bimbo ipertrofico). Delle storie uniche, intime, che Claudio Palumbo, come pochi, sa immaginare, vivere e narrare, col suo savoir-faire vocale dissonante, complici le sue chitarre indisciplinate. Ciò che lo rende singolare e apprezzabile è il fatto che non c’è artifizio nei suo racconti e nel suo modo di regalarli all’ascoltatore, non li studia a tavolino, lui è proprio così di natura. Un maniaco romantico. Troviamo di tutto: tappeti sonori kitsch psichedelici, orientaleggianti, punk, folk e cantautorali. “Ballata per chi non balla è una delle perle del disco. Ma non finisce qui, i brani vedono la partecipazione, tra gli altri, del grande Emiliano Cinquerrui (Smegma Bovary, Bestiame), Davide Iannitti (Loveless Whizzkid, Bufo Alvarius), Floriana Grasso (ex Gentless3, Pecora), Cesare Basile e Davide Timpanaro (Loveless Whizzkid, Zuma). Con “Tutti ci scoglionammo a stento, Palumbo si conferma un personaggio singolare, che ha saputo mantenere la creatività che caratterizzava il primo disco e ha avuto anche il tempo e la voglia di fare un salto di qualità, data la maturazione delle trame melodiche, con la grande dote di rimanere lo-fi. Si può essere hardcore e cantautore recondito allo stesso tempo? Sì, lo abbiamo testato direttamente su di lui, che farlo sugli animali sarebbe stato disumano.

Ascolta se ti piace: la Giovanna d’Arco del primo periodo.

 

Palumbo

 

 

Der Himmel über Berlin | Schwefelgelb live @La Chiave

Versione italiana

IMG-20150101-WA0009

Die Live-Konzerte organisiert von Weak sind immer wieder eine Garantie, aber diesmal haben die Jungen sich selbst übertroffen. Sie haben den besten Ort von Catania ausgewählt, La Chiave, für eine so dark Performance: die von den Schwefelgelb, zwei Jungen aus Berlin, die es faustdick hinter den Ohren haben. Hier im Club “La Chiave” verspürt man ein Berlin-Club Atmosphäre, die Wände sind schwarz. Klinkenstecker an, jetzt kann das Konzert beginnen. Wir befinden uns in den 80er Jahren, oder? Eine Orgie von Klängen überschneidet sich und verdreht jede Körperzelle. Wie eine Momentaufnahme durch eine gemütliche Psychose geknipst. In der Menschenmenge herrscht schon die Begeisterung. Rauch überall.  Alle sind bereit, mit dieser Körpermusik zu tanzen. Dopende Synthesizer stark strukturiert, so ausgeprägt, dass sie das Aussehen deines Unbewussten bekommen. Man begehrt hier diese Noten anzufassen, die dich in die Arkadien des Minimal Techno schleppen. Sid ist der Leadsänger, Eddy an den Machines: untrennbar, ein Yin und Yang mit helldunkler Wave. Harte teutonische Goth-Vokalisten, reich an Emotivität und mit einer großartigen Fähigkeit, Klänge zu manipulieren. Die Semantik der Songs projiziert einen Indipendentfilm, wie in Alle Sterne oder Stein auf Stein. Ein zu Labyrinthentzündung führender Groove, sinnlich, fleischlich und gleichzeitig ätherisch.

IMG-20150101-WA0008

Eine finstere Faszination, durchdringend und flüchtig. Wie besessen vom Feuer der New Wave, das bis an jede einzelne Wand des Clubs reicht. Ein Duo mit nicht nur musikalischer, sondern auch ästetischer Anziehungskraft. Vintage Outfits, Sehnsucht nach den Eighties. Erinnerungen und Verheißungen wechseln einander ab: die Songs bekommen Punk Farben, auf einem Techno- und Electronetz, das seine erzählerische Linie von der Neuen Deutschen Welle herleitet, um dann post-industrielle und avant-garde Sounds auszumalen. Komplexe Minimalismen, die auf den schwarzen Hintergrund der Worte gestürzt werden und geblendet durch ein reines weißes Licht – in die Menschenmenge geschossen –, das dich gleich von der Hölle zum Himmel führt, der über Berlin. Bauhausanklang, minimale Geometrie, mitunter bunt: diese Klänge scheinen, ein Denkmal an die deutsche architektonische Ästethik zu errichten. Es steckt was Mystisches in Berlin, im Übrigen ist sie die Stadt der Engel. Der Einklang der black und white Beats lässt einen gelben, sich bis zum Dach des Raums erhebenden Staub ausfließen. Wie kann bei der Mischung vom Gelben und Weißen ein “Schwefelgelb” entstehen? Das ist ja keine empirische Antwort, aber es gibt: Schwefelgelb.

Emanuela La Mela

Übersetzung ins Deutsche: Dario Morabito

(Foto: Gianluca Montagna)

Il cielo sopra Berlino | Schwefelgelb live @La Chiave

 

Deutsche Fassung 

IMG-20150101-WA0009

I live organizzati da Weak sono sempre una garanzia ma stavolta i ragazzi hanno davvero superato se stessi. Hanno scelto il posto migliore di Catania, La Chiave, per un’esibizione così “darkettona”: quella degli Schwefelgelb, due ragazzi di Berlino che la sanno molto lunga. Si respira un’aria da club berlinese, le pareti sono nere. Jack inseriti, inizia la performance. Siamo negli anni 80 o cosa? Un’orgia di suoni s’interseca e ti stravolge ogni cellula corporea. Come un’istantanea scattata da una dolce psicosi. Tra la folla è già un delirio. Fumo da ogni dove. Tutti pronti a ballare a suon di Körpermusik. Synth dopanti si strutturano forte, così incisivi da prendere le sembianze del tuo inconscio. Quasi a bramare quelle note, le quali ti trascinano nell’Arcadia della minimal techno. Sid alla voce, Eddy alle machines: inscindibili, uno yin e yang dai wave chiaroscuri. Vocal teutonici goth duri, dall’alto tasso emotivo e una straordinaria dote di manipolare i suoni. La semantica delle liriche proietta un film indipendente, come in Alle sterne o Stein auf Stein. Groove da labirintite, sensuale, carnale ed etereo al contempo.

IMG-20150101-WA0008

Un fascino oscuro, penetrante e sfuggente. Posseduti dentro dal fuoco della new wave che bacia ogni singola parete del locale. Un duo dall’appeal non solo musicale ma anche estetico. Outfit vintage, nostalgia eighties. Reminiscenze e premonizioni si alternano: i pezzi si compongono di tinte punk,  su di una tela techno ed electro, che trae le proprie linee narrative dalla Neue Deutsche Welle,  per poi dipingere sonorità post-industriali e avant-garde. Minimalismi complessi scagliati contro lo sfondo nero delle parole e abbagliati da una luce bianca pura – sparata tra la folla – che dagli inferi ti porta al cielo, sopra Berlino. Echi bauhausiani, squadrature e geometrie minimal, a tratti colorate: i suoni sembrano erigere un monumento all’estetica architettonica tedesca. C’è del mistico a Berlino. Del resto è la città degli angeli. La fusione dei beat black and white lascia emanare una polvere gialla, che si leva fino al tetto. Come può, dalla mescolanza di bianco e nero, generarsi un giallo sulfureo? La risposta non è empirica, ma c’è: Schwefelgelb.

Emanuela La Mela

Report del live del 27/12/14

Foto di Gianluca Montagna

Schwefelgelb on Facebook 

Weak on Facebook

Sciami di stelle come lucciole tra le note dei Deproducers | Teatro Metropolitan

1252857-deproducers_018lorenza_daverio_pf

In attesa del secondo lavoro dei Deproducers, il cui tema sarà la botanica, ripropongo il live report dell’esibizione catanese, che sarà sempre custodita in un anfratto del mio cuore.

Siamo fatti della stessa materia di cui sono fatte le stelle, ecco perché ci attraggono. Ci accoglie così Planetario, spettacolo dei Deproducers, ospiti giovedì 29 Maggio al Teatro Metropolitan di Catania per il festival La natura della mente, diretto da Franco Battiato. Il collettivo di musica per conferenze spaziali vede protagonisti i più grandi artisti italiani: Riccardo Sinigallia, Gianni Maroccolo, Vittorio Cosma e Max  Casacci. 

Tra velature ambient, a tratti kraftwerkiane, s’innesta la narrazione dell’astrofisico Fabio Peri, direttore del Planetario di Milano. La musica sposa la scienza e si fondono sino a diventare Uno. Le sonorità di Planetario diventano principio primo propagandosi e, come il firmamento, ci sovrastano e armonizzano il Dasein. L’ensemble strumentale suona i buchi neri e suggestiona tutto il Teatro, attraversa Venere, unico pianeta femminile, un inferno troppo caldo, e approda sulla Stella Nana gialla. L’atmosfera si riempie di sacro silenzio retto dal leitmotiv dei Nostri ingegneri del suono. Proxima e α Centauri gravitano insieme e lo sperimentalismo si fa carne, comunica come da una navicella spaziale e si disperde nella galassia, dalla costellazione più remota fino ad Andromeda, sospeso in quell’Universo in cui attendiamo ancora l’arrivo di un nostro messaggio in codice binario inviato nel 1974, forse la risposta giungerà, giusto il tempo di attraversare 23 mila anni luce che ci separano dall’ammasso di stelle M13. Peri dipinge la formazione delle stelle da nuvole di polveri e gas: le particelle si urtano o si uniscono, più la stella si scalda e più energia c’è nell’urto. È il 1957, nel pieno della guerra fredda, lo Sputnik viene lanciato nell’orizzonte cosmico, sullo schermo delle immagini di cosmonauti, Laika e Jurij Gagarin. Momento sonoro molto toccante, rievocante la nostalgia del nostro essere piccoli nello spazio e nel tempo, quando un tempo sognavamo di essere dei cosmonauti. L’universo nei primi istanti di vita era composto solo da due elementi, idrogeno ed elio, gli atomi che compongono le stelle: intro di uno dei frangenti più commoventi e d’intenso lirismo della serata, quando Sinigallia esegue Figli delle stelle, che lo vede protagonista alla voce e alla chitarra, conducendoci sempre più, con la soavità che gli appartiene, in quell’avamposto che è un uscire fuori da séSciami di stelle danzano come lucciole in un affascinante musico-racconto sul Cosmo.

Articolo pubblicato per OUTsiders Musica il 2/6/2014

Almond Ice Director – Pudenda

pudenda- almond iceLa seria decisione di formare un gruppo di classe venne dal suggerimento di uno sciamano che apparì loro. Così nacque il groove disagiato e scansafatiche di “starnuti malinconici di chitarra” e “virtuosismi del tutto immaginari”. Alla voce il ragazzotto di provincia Paolo “Bel canto” Giorelli (ora sostituito da Giuliano Lo Faro), Dimitri Di Noto che scambiò due casse di carciofi per una batteria, Melarancio tra una spennellata e un’altra imbracciò il basso (che un giorno deciderà anche di suonare), Claudio “Palumbo” Palumbo rispolverò la chitarra elettrica al grido di “l’intimismo ai porcelli” e infischiandosene del poco pudore che gli rimaneva si dilettò con i coretti. Unirono le loro virtù, cioè nessuna, per farne musica. Prodotto da Golden Catrame e registrato (in mezza giornata) e mixato da Davide Iannitti presso i Boxsound Studios di Catania, Pudenda è un disco da cani e per cani come noi. Avete presente il lamento di un sanbernardo incrociato al miagolio di un armadillo su corde di basso stridenti? No, vi spiego, o meglio, saranno i deliri degli Almond Ice Director a farlo. Istruzioni per l’uso: agitare prima, calatevi nel mood più che potete e indossate enormi collane in legno, buttatevi a terra in preda a follie buddhiste, come solo i cani sanno fare in ritiro spirituale con Krishna. Percorrete nudi i sentieri boscosi, fermatevi davanti al rifugio dei castori che stanno rosicchiando una batteria. I castori hanno gli occhi assatanati, per niente teneri perché La tenerezza è morte: pezzo sghembo e psichedelico, dalla poetica strampalata, gli Skiantos si accoppiano con i Pixies e danno alla luce una ballata 90s dal dolce sapore grunge e dal retrogusto punk italiano 80s. Un filtro d’amore. Distratto, post-contemporaneascream sgangherato, dall’estetica hardcore e sound depravato di basso. Non c’è cagna è un delirio alla Paz!, tra visioni e tormenti sussurrati, in bilico da un dirupo noise e post-punk alla Flipper. Notevole il dualismo strutturale delle voci e i cori, e sbiechi di toni arricchiti da testi mai banali. La saggia Dallailama grida bastarda e fuori tempo ai nostri teneri risvegli: “peruviaaaaaana”, ci culla dolcemente col suo mantra Dallailamadalla, conducendoci in una gita di campagna tra pelati tibetani. Marion Cotillard è una schitarrata scomposta, dai tempi rapidi, come un notturno per fankazzisti serali: “Mi serve una bionda la notte m’angoscia”. Senza offesa, tutta da ballare, con una disintegration minimalista della classica forma-canzone e una componente strumentale quasi synthcore. Un disco sentito e genuino. Nulla di artefatto, non si curano delle formalità, melodicamente disarmonici, le linee di basso sono spontanee e i riff, così come le attitudini, guardano al punk più puro. E se credete di poter racchiudere i deliri Almond dentro questi pezzi, come nel vostro cofanetto rosa preferito vi sbagliate. Ve li ritroverete sul ciglio del marciapiede, tra un chewingam che avete appena pestato e lo sputo di un vecchio su cui scivolerete. Mettetevi l’anima in pace e siate pronti ad accoglierli, da buoni adepti, ogni qualvolta busseranno alle vostre orecchie, come i testimoni di Geova, come il Siddhartha del post-punk filo-sciamanico. Questo si che è hardcore. Un disco da ascoltare con le amichette durante un pigiama party, mentre abbracciate i vostri orsacchiotti che vi tormenteranno in sogno.

“Gli Almond Ice Director hanno diviso il palco con un sacco di artisti internazionali, ma per folkloristico spirito omertoso evitano di fare i nomi. Uno di loro è indagato per necrofilia”

Almond Ice Director on Facebook