Presentazione di “Sputi in cielo”, primo singolo di RAME @Le Mura di Roma | Domenica 11 gennaio

Verrà presentato domenica 11 gennaio, in anteprima presso Le Mura a Roma, il videoclip di “Sputi in cielo”, primo singolo del cantautore RAME, estratto dall’EP “Esercizi di Ammirazione”. A seguire live set dell’artista.

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Nato dall’incontro con Fabio Grande (cantante de I Quartieri produttore per Marcello e il mio amico Tommaso, The Shalalas, Joe Victor, Fantasmi, Mai stato altrove, fonico de Le Mura, nonché tra i fondatori di Bravo Dischi) e Matteo Portelli (bassista dei Mamavegas, ex MiceCars e Yuppie Flu, già produttore di Jonny Blitz, Bue, Tom Armati, Roberto Scippa, e collaboratore a tempo non perso del progetto Carpacho), RAME è il primo progetto ufficiale di Mattia Brescia, dopo anni di liofilizzati, idee in barattolo, progetti in scatola, tentativi andati, a male, presi bene, scaduti, persi e ripersi, fatti, sfatti e rifatti, nel fare e disfarsi dei giorni che compongono – scomponendoli – i giri e i raggiri degli anni.

L’EP che insieme hanno confezionato è composto da cinque pezzi e vedrà la luce nella primavera del 2015. Il titolo del lavoro, ”Esercizi di ammirazione’,’ è un piccolo prestito da Emile Cioran, scrittore rumeno, francese per scrittura e adozione, con un piccolo sottotitolo a fargli da lapidario e breve compendio: ”Si confondono le Stagioni”. Un tributo ai movimenti del Cosmo e dello Spazio, gli stessi dell’Anima; uno sguardo acuto e indolente, vagamente malinconico, eppure pieno di Gioia, sulla morte delle Stagioni, non le ‘”mezze’”, ma proprio quelle intere, quelle che c’erano una volta, quelle ‘”vere”.

SPUTI IN CIELO” è il brano scelto come primo singolo ufficiale del progetto. Il video  è stato realizzato da Giulia Trasacco, giovanissima videomaker di stanza a Roma, con l’aiuto di Marco De Giorgi, Lorenzo Bruno e Alessandra Solimene, nella sede romana dello I.E.D. di San Giovanni, e prodotto e finanziato da Guido Laudani. Un brano sulla necessità di non arrendersi, di continuare a danzare con la Gioia nel petto, col e nel fluire delle Cose. Ché la Vita non sa tradire davvero, anche quando lo fa. E come diceva Eliot “All shall be well”.

Insomma, SPUTARSI è BENE, NON SPUTARSI, forse, è MEGLIO.

Link dell’evento

www.lemuramusicbar.com

Promozione: Azzurra Sottosanti –  azzurra.sottosanti@gmail.com

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Der Himmel über Berlin | Schwefelgelb live @La Chiave

Versione italiana

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Die Live-Konzerte organisiert von Weak sind immer wieder eine Garantie, aber diesmal haben die Jungen sich selbst übertroffen. Sie haben den besten Ort von Catania ausgewählt, La Chiave, für eine so dark Performance: die von den Schwefelgelb, zwei Jungen aus Berlin, die es faustdick hinter den Ohren haben. Hier im Club “La Chiave” verspürt man ein Berlin-Club Atmosphäre, die Wände sind schwarz. Klinkenstecker an, jetzt kann das Konzert beginnen. Wir befinden uns in den 80er Jahren, oder? Eine Orgie von Klängen überschneidet sich und verdreht jede Körperzelle. Wie eine Momentaufnahme durch eine gemütliche Psychose geknipst. In der Menschenmenge herrscht schon die Begeisterung. Rauch überall.  Alle sind bereit, mit dieser Körpermusik zu tanzen. Dopende Synthesizer stark strukturiert, so ausgeprägt, dass sie das Aussehen deines Unbewussten bekommen. Man begehrt hier diese Noten anzufassen, die dich in die Arkadien des Minimal Techno schleppen. Sid ist der Leadsänger, Eddy an den Machines: untrennbar, ein Yin und Yang mit helldunkler Wave. Harte teutonische Goth-Vokalisten, reich an Emotivität und mit einer großartigen Fähigkeit, Klänge zu manipulieren. Die Semantik der Songs projiziert einen Indipendentfilm, wie in Alle Sterne oder Stein auf Stein. Ein zu Labyrinthentzündung führender Groove, sinnlich, fleischlich und gleichzeitig ätherisch.

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Eine finstere Faszination, durchdringend und flüchtig. Wie besessen vom Feuer der New Wave, das bis an jede einzelne Wand des Clubs reicht. Ein Duo mit nicht nur musikalischer, sondern auch ästetischer Anziehungskraft. Vintage Outfits, Sehnsucht nach den Eighties. Erinnerungen und Verheißungen wechseln einander ab: die Songs bekommen Punk Farben, auf einem Techno- und Electronetz, das seine erzählerische Linie von der Neuen Deutschen Welle herleitet, um dann post-industrielle und avant-garde Sounds auszumalen. Komplexe Minimalismen, die auf den schwarzen Hintergrund der Worte gestürzt werden und geblendet durch ein reines weißes Licht – in die Menschenmenge geschossen –, das dich gleich von der Hölle zum Himmel führt, der über Berlin. Bauhausanklang, minimale Geometrie, mitunter bunt: diese Klänge scheinen, ein Denkmal an die deutsche architektonische Ästethik zu errichten. Es steckt was Mystisches in Berlin, im Übrigen ist sie die Stadt der Engel. Der Einklang der black und white Beats lässt einen gelben, sich bis zum Dach des Raums erhebenden Staub ausfließen. Wie kann bei der Mischung vom Gelben und Weißen ein “Schwefelgelb” entstehen? Das ist ja keine empirische Antwort, aber es gibt: Schwefelgelb.

Emanuela La Mela

Übersetzung ins Deutsche: Dario Morabito

(Foto: Gianluca Montagna)

Il cielo sopra Berlino | Schwefelgelb live @La Chiave

 

Deutsche Fassung 

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I live organizzati da Weak sono sempre una garanzia ma stavolta i ragazzi hanno davvero superato se stessi. Hanno scelto il posto migliore di Catania, La Chiave, per un’esibizione così “darkettona”: quella degli Schwefelgelb, due ragazzi di Berlino che la sanno molto lunga. Si respira un’aria da club berlinese, le pareti sono nere. Jack inseriti, inizia la performance. Siamo negli anni 80 o cosa? Un’orgia di suoni s’interseca e ti stravolge ogni cellula corporea. Come un’istantanea scattata da una dolce psicosi. Tra la folla è già un delirio. Fumo da ogni dove. Tutti pronti a ballare a suon di Körpermusik. Synth dopanti si strutturano forte, così incisivi da prendere le sembianze del tuo inconscio. Quasi a bramare quelle note, le quali ti trascinano nell’Arcadia della minimal techno. Sid alla voce, Eddy alle machines: inscindibili, uno yin e yang dai wave chiaroscuri. Vocal teutonici goth duri, dall’alto tasso emotivo e una straordinaria dote di manipolare i suoni. La semantica delle liriche proietta un film indipendente, come in Alle sterne o Stein auf Stein. Groove da labirintite, sensuale, carnale ed etereo al contempo.

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Un fascino oscuro, penetrante e sfuggente. Posseduti dentro dal fuoco della new wave che bacia ogni singola parete del locale. Un duo dall’appeal non solo musicale ma anche estetico. Outfit vintage, nostalgia eighties. Reminiscenze e premonizioni si alternano: i pezzi si compongono di tinte punk,  su di una tela techno ed electro, che trae le proprie linee narrative dalla Neue Deutsche Welle,  per poi dipingere sonorità post-industriali e avant-garde. Minimalismi complessi scagliati contro lo sfondo nero delle parole e abbagliati da una luce bianca pura – sparata tra la folla – che dagli inferi ti porta al cielo, sopra Berlino. Echi bauhausiani, squadrature e geometrie minimal, a tratti colorate: i suoni sembrano erigere un monumento all’estetica architettonica tedesca. C’è del mistico a Berlino. Del resto è la città degli angeli. La fusione dei beat black and white lascia emanare una polvere gialla, che si leva fino al tetto. Come può, dalla mescolanza di bianco e nero, generarsi un giallo sulfureo? La risposta non è empirica, ma c’è: Schwefelgelb.

Emanuela La Mela

Report del live del 27/12/14

Foto di Gianluca Montagna

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Sciami di stelle come lucciole tra le note dei Deproducers | Teatro Metropolitan

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In attesa del secondo lavoro dei Deproducers, il cui tema sarà la botanica, ripropongo il live report dell’esibizione catanese, che sarà sempre custodita in un anfratto del mio cuore.

Siamo fatti della stessa materia di cui sono fatte le stelle, ecco perché ci attraggono. Ci accoglie così Planetario, spettacolo dei Deproducers, ospiti giovedì 29 Maggio al Teatro Metropolitan di Catania per il festival La natura della mente, diretto da Franco Battiato. Il collettivo di musica per conferenze spaziali vede protagonisti i più grandi artisti italiani: Riccardo Sinigallia, Gianni Maroccolo, Vittorio Cosma e Max  Casacci. 

Tra velature ambient, a tratti kraftwerkiane, s’innesta la narrazione dell’astrofisico Fabio Peri, direttore del Planetario di Milano. La musica sposa la scienza e si fondono sino a diventare Uno. Le sonorità di Planetario diventano principio primo propagandosi e, come il firmamento, ci sovrastano e armonizzano il Dasein. L’ensemble strumentale suona i buchi neri e suggestiona tutto il Teatro, attraversa Venere, unico pianeta femminile, un inferno troppo caldo, e approda sulla Stella Nana gialla. L’atmosfera si riempie di sacro silenzio retto dal leitmotiv dei Nostri ingegneri del suono. Proxima e α Centauri gravitano insieme e lo sperimentalismo si fa carne, comunica come da una navicella spaziale e si disperde nella galassia, dalla costellazione più remota fino ad Andromeda, sospeso in quell’Universo in cui attendiamo ancora l’arrivo di un nostro messaggio in codice binario inviato nel 1974, forse la risposta giungerà, giusto il tempo di attraversare 23 mila anni luce che ci separano dall’ammasso di stelle M13. Peri dipinge la formazione delle stelle da nuvole di polveri e gas: le particelle si urtano o si uniscono, più la stella si scalda e più energia c’è nell’urto. È il 1957, nel pieno della guerra fredda, lo Sputnik viene lanciato nell’orizzonte cosmico, sullo schermo delle immagini di cosmonauti, Laika e Jurij Gagarin. Momento sonoro molto toccante, rievocante la nostalgia del nostro essere piccoli nello spazio e nel tempo, quando un tempo sognavamo di essere dei cosmonauti. L’universo nei primi istanti di vita era composto solo da due elementi, idrogeno ed elio, gli atomi che compongono le stelle: intro di uno dei frangenti più commoventi e d’intenso lirismo della serata, quando Sinigallia esegue Figli delle stelle, che lo vede protagonista alla voce e alla chitarra, conducendoci sempre più, con la soavità che gli appartiene, in quell’avamposto che è un uscire fuori da séSciami di stelle danzano come lucciole in un affascinante musico-racconto sul Cosmo.

Articolo pubblicato per OUTsiders Musica il 2/6/2014

Premio Tenco 2014: Resistenza de che?

tenco 2014A guardare i primi risultati del Premio Tenco 2014, usciti lo scorso martedì, viene da chiedersi che fine abbiano fatto certi artisti candidati, come Riccardo Sinigallia o Samuele Bersani, e perché persista ancora imperterrito Brunori. Sembra quasi si stia radicando all’interno del Premio una certa politica basata su meccanismi  d’interesse, poco imparziale, che privilegia fini commerciali, talvolta al limite del mediocre. Oppure la giuria è composta prevalentemente da giornalisti incompetenti? Che il Premio Tenco oramai non rispecchi più l’Artista di cui porta il nome è assodato. Ricordiamo la scelta di Cesare Basile di rifiutare il premio dello scorso anno come miglior album in dialetto, a causa del fatto che il Club Tenco, dopo uno scontro tra il Teatro Valle e la S.IA.E., decise di parteggiare per quest’ultimo, cancellando la manifestazione che doveva svolgersi al Teatro. La S.I.A.E. era anche partner del Premio e il Club, guarda caso, ritenne “di non dover alimentare, per la sua parte, attriti e polemiche, e per questo rinuncia serenamente ad un evento che potrebbe acuire il dissidio tra le due parti”. Per solidarietà a Basile, gli Afterhours declinarono l’invito a partecipare come ospiti d’onore. Il Club Tenco dimostrò così di non stare più dalla parte degli artisti. Ritornando a quest’anno, L’amore non esiste di Fabi, Gazzè e Silvestri, è uno dei brani candidati per il miglior singolo e, per quanto orecchiabile, suona più come una manovra di marketing, un prodotto ben impacchettato. La scelta di prendere in considerazione Lo Stato Sociale è incommentabile, per fortuna si sono fermati al primo step. Come si fa a tenere Levante (per carità, carina da ascoltare) ed eliminare capolavori quali En e Xanax di Samuele Bersani e Prima di andare via di Riccardo Sinigallia? Sinigallia era candidato anche nella sezione miglior album dell’anno con Per tutti e anche qui surclassato da album-orrori come Il cammino di Santiago in taxi di Brunori o dal meritevole Vasco Brondi con Costellazioni, lavoro che confina con la sufficienza e poco adatto alla Targa.

E’ questa la rivoluzione? Può questa definirsi valorizzazione delle piccole realtà musicali e della musica di qualità? L’impressione è che il Premio Tenco stia andando nella direzione dell’assoggettamento a realtà burocratiche che vedono la musica più come un business, un qualcosa da amministrare a privilegio di pochi. Fa molto piacere siano stati candidati artisti quali Caparezza e Massimo Volume, così come Francesco Di Bella, Virginiana Miller e Saluti da Saturno. È già una vittoria ma una magra consolazione in quanto vorremmo un Premio Tenco onorevole in toto. A che è valso scegliere come tema per quest’anno quello della Resistenza, fare esibire significativi musicisti come  Esther Béjarano e organizzare valide iniziative come Musica contro le mafie, se poi viene solo favorita, per certi versi, la resistenza del cantautorato plastico? Sartre diceva che i riconoscimenti limitano la libertà di pensiero, è vero. E se questo è tutto ciò che il Tenco riesce a fare, è preferibile boicottarlo o quanto meno limitare il suo valore.

Qui sotto gli artisti rimasti in gara. Ai lettori larga sentenza.

Miglior singolo:

L’amore non esiste, scritta da Niccolò Fabi, Max Gazzè, Daniele Silvestri (anche interpreti) Il cielo è vuoto, scritta da Cristiano De André, Dario Faini, Diego Mancino (interprete: Cristiano De André)                                                                                                                           Del suo veloce volo, scritta da Antony Hegarty, Franco Battiato, Manlio Sgalambro (interpreti: Franco Battiato e Antony)                                                                                            Lettera di San Paolo agli operai, scritta dai Virginiana Miller (anche interpreti)                    Sessanta sacchi di carbone, scritta da Giacomo Lariccia (anche interprete)

Miglior album dell’anno:

Brunori Sas, Il cammino di Santiago in taxi                                                                                    Caparezza, Museica                                                                                                                                  Le Luci della Centrale Elettrica, Costellazioni                                                                                Massimo Volume, Aspettando i barbari                                                                                      Nada, Occupo poco spazio                                                                                                          Virginiana Miller, Venga il regno

Miglior album in dialetto:

Enzo Avitabile, Music life O.s.t.                                                                                                        Francesco Di Bella, Francesco Di Bella & Ballads Cafè                                                                  99 Posse, Curre curre guagliò 2.0                                                                                                          Davide Van De Sfroos, Goga e Magoga                                                                                       Loris Vescovo, Penisolâti

Mglior opera prima (di cantautore):

Betti Barsantini, Betti Barsantini                                                                                                     Pierpaolo Capovilla, Obtorto collo                                                                                                       Filippo Graziani, Le cose belle                                                                                                           Johann Sebastian Punk, More Lovely and More Temperate                                                     Levante, Manuale distruzione

Miglior interprete di canzoni non proprie:

Chiara Civello, Canzoni                                                                                                                           Fiorella Mannoia, A te                                                                                                                             Mirco Menna, Io, Domenico e tu                                                                                                 Alberto Patrucco e Andrea Mirò, Segni (e) particolari                                                                     Raiz e Fausto Mesolella, Dago Red                                                                                                 Saluti da Saturno, Shaloma locomotiva

Almond Ice Director – Pudenda

pudenda- almond iceLa seria decisione di formare un gruppo di classe venne dal suggerimento di uno sciamano che apparì loro. Così nacque il groove disagiato e scansafatiche di “starnuti malinconici di chitarra” e “virtuosismi del tutto immaginari”. Alla voce il ragazzotto di provincia Paolo “Bel canto” Giorelli (ora sostituito da Giuliano Lo Faro), Dimitri Di Noto che scambiò due casse di carciofi per una batteria, Melarancio tra una spennellata e un’altra imbracciò il basso (che un giorno deciderà anche di suonare), Claudio “Palumbo” Palumbo rispolverò la chitarra elettrica al grido di “l’intimismo ai porcelli” e infischiandosene del poco pudore che gli rimaneva si dilettò con i coretti. Unirono le loro virtù, cioè nessuna, per farne musica. Prodotto da Golden Catrame e registrato (in mezza giornata) e mixato da Davide Iannitti presso i Boxsound Studios di Catania, Pudenda è un disco da cani e per cani come noi. Avete presente il lamento di un sanbernardo incrociato al miagolio di un armadillo su corde di basso stridenti? No, vi spiego, o meglio, saranno i deliri degli Almond Ice Director a farlo. Istruzioni per l’uso: agitare prima, calatevi nel mood più che potete e indossate enormi collane in legno, buttatevi a terra in preda a follie buddhiste, come solo i cani sanno fare in ritiro spirituale con Krishna. Percorrete nudi i sentieri boscosi, fermatevi davanti al rifugio dei castori che stanno rosicchiando una batteria. I castori hanno gli occhi assatanati, per niente teneri perché La tenerezza è morte: pezzo sghembo e psichedelico, dalla poetica strampalata, gli Skiantos si accoppiano con i Pixies e danno alla luce una ballata 90s dal dolce sapore grunge e dal retrogusto punk italiano 80s. Un filtro d’amore. Distratto, post-contemporaneascream sgangherato, dall’estetica hardcore e sound depravato di basso. Non c’è cagna è un delirio alla Paz!, tra visioni e tormenti sussurrati, in bilico da un dirupo noise e post-punk alla Flipper. Notevole il dualismo strutturale delle voci e i cori, e sbiechi di toni arricchiti da testi mai banali. La saggia Dallailama grida bastarda e fuori tempo ai nostri teneri risvegli: “peruviaaaaaana”, ci culla dolcemente col suo mantra Dallailamadalla, conducendoci in una gita di campagna tra pelati tibetani. Marion Cotillard è una schitarrata scomposta, dai tempi rapidi, come un notturno per fankazzisti serali: “Mi serve una bionda la notte m’angoscia”. Senza offesa, tutta da ballare, con una disintegration minimalista della classica forma-canzone e una componente strumentale quasi synthcore. Un disco sentito e genuino. Nulla di artefatto, non si curano delle formalità, melodicamente disarmonici, le linee di basso sono spontanee e i riff, così come le attitudini, guardano al punk più puro. E se credete di poter racchiudere i deliri Almond dentro questi pezzi, come nel vostro cofanetto rosa preferito vi sbagliate. Ve li ritroverete sul ciglio del marciapiede, tra un chewingam che avete appena pestato e lo sputo di un vecchio su cui scivolerete. Mettetevi l’anima in pace e siate pronti ad accoglierli, da buoni adepti, ogni qualvolta busseranno alle vostre orecchie, come i testimoni di Geova, come il Siddhartha del post-punk filo-sciamanico. Questo si che è hardcore. Un disco da ascoltare con le amichette durante un pigiama party, mentre abbracciate i vostri orsacchiotti che vi tormenteranno in sogno.

“Gli Almond Ice Director hanno diviso il palco con un sacco di artisti internazionali, ma per folkloristico spirito omertoso evitano di fare i nomi. Uno di loro è indagato per necrofilia”

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IO e la TIGRE – IO e la TIGRE ep

 

IO e la TIGRE (e la tempesta, che le ha travolte)

cover-ep IO e la TIGREIl sound 90s dell’ Ep affonda le sue radici nella salda amicizia tra Aurora Ricci (IO) e Barbara Suzzi (la TIGRE). Era la fine degli anni Novanta quando al Freak out! di Riccione Barbara introduce Aurora nel suo gruppo, Lemeleagre. Ma “i tempi erano agri, come le mele ad agosto” ed IO, dato che la band non faceva al caso suo, ne uscì presto. Passano gli anni, TIGRE continua a suonare perché la batteria era un bunker di sicurezza e “suonare era l’unica cosa per cui valeva la pena muoversi”, IO nel suo soppalco a Bologna, la musica la ascoltava solamente, fino a quando un giorno il nirvana sopraggiunge. Attacca l’amplificatore e inizia a scrivere canzoni sul suo  quadernino dei pensieri. Nel 2012, dopo dieci anni, si ritrovano al Tafuzzy Day , guardandosi un po’ con indifferenza, TIGRE è più esitante ma hanno entrambe l’animo in subbuglio, una tempesta in cuore. Per citare il film di Silvio Soldini, Agata e la tempesta, “Se non entri nella tana della tigre non otterrai niente”. Ed IO non solo vi è entrata ma ha anche fatto uscire TIGRE dalla tana. Cosa succede? La batteria di TIGRE inizia ad emettere un ruggito d’istinto. Da questa pace viene fuori il disco d’esordio, l’omonimo IO e la TIGRE, uscito il 18 settembre. Un ep auto-prodotto, “fatto in casa” tra amici, compreso anche dei classici incidenti tecnici di percorso. Dati i nove mesi di gestazione, possiamo ben dire si sia trattato di un parto che ha dato alla luce una tenera graffiante femmina.  Metà TIGRE, aggressiva e gridata, metà IO, intima e amorevole. Tanto contrastanti quanto complementari, si donano vita a vicenda. E così  si scopre che l’Emilia Romagna anche di questi tempi sforna personalità interessanti, distanti, non in toto per forma ma per contenuto, dagli ultimi soliti noti clichè musicali. Sei tracce intrise di esplosione ormonale- musicale. La genuinità è l’unica etichetta da dare a questo disco. Riesce a colmare, a tratti, la nostalgia del buon vecchio punk italiano anni novanta, del cui profumo veniamo inebriati. Ma non solo. Ne Il lago dei ciliegi il groove morbido e sognante rimanda al cantautorato femminile dell’Italia 50s – 60s. Gigliola Cinquetti in veste indie-rock. Sottovuoto, un cromatismo sonoro acceso e variopinto, i battiti di batteria s’intonano con il cantato strong ma soave. Degna di lode la cover di Cuore di Rita Pavone, una dolce perturbazione dalla grandiosa esplosione quando si arriva a “io gli voglio bene, sai un sacco di bene”. Sembra quasi di ritornare ai tempi del boom economico, tra outfit a pois e fasce in testa da pin up. Eggià, una dolce evasione che tanto giova in tale periodo storico. In La mia collezione impossibile ci si immerge in scene di rapporti interpersonali pericolosi. Vi è anche una parte più minimalista, personale, dal testo crudo, “col cuore tra i denti” sulle note di Daddy song. Culmina in un Seattle sound, la voce ricorda le Hole, proprio con Producers, brano di chiusura. Non appena finito l’ep, non si può fare a meno di cliccare nuovamente su play. Un disco che merita di essere ascoltato.