Monobjo – Derisanamscope

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Davanti la finestra guardo l’Etna. Parte il giradischi. Una luce m’abbaglia e subito dopo sono sdraiata per terra, scossa dal jet leg osservo il cielo. In mezzo ai boschi odo una musica mistica e profonda, Esbat on May è la sua prima declinazione. La Luna piena è la testimone di questa notte, incarna la Dea e dialoga con gli strumenti, alimentati dall’energia che Ella emana. Mi giro per scovare la canzone, con le sue sinuosità si nasconde e mi rincorre, mi scruta con le sue note a tratti calanti, a tratti inquiete, ma sempre possenti. Un piano e un’arpa sovrastano lo scenario e lo dominano. I pensieri scivolano, le rimembranze riaffiorano tra Circles and Flames. Una passeggiata in riva al mare, i pensieri si accartocciano nell’apeiron della tua mente. L’acqua invade lo scoglio che sa di pesce. Una reminescenza. La barca a vela danza felice tra le onde di The Face of S1m0ne. Mi trascina tra la vegetazione rigogliosa di un’isola dove la trascendenza del suono accelera il mio passo, sospinto dai convinti battiti del pianoforte. La musica prosegue serrata, un suono dolce e sicuro, come un hula hoop, gira intorno alla giovane ballerina di un antico carillon nascosto dentro un albero di betulla: The fireflies dance. Si trasforma in immagini in movimento,  da un cinematografo proietta la pellicola in b/n, si fa chiamare Six Steps. I tasti del piano volteggiano e rimbalzano dolce,col guizzo di una trota scorrono veloci le loro istantanee, la tipa sorride e bacia il suo amante mentre una coccinella attraversa lo schermo. Un Musorgskij arioso e maestoso riavvolge il nastro mentre il torrente scorre veloce sfociando nel lago che fa eco alla melodia. Skulls in a forest bacia le pareti atmosferiche, come delle grandi radici che s’abbracciano sottoterra, la sua forza misteriosa m’afferra per sempre.

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Omosumo – Surfin’ Gaza

omosumo surfin gaza copertinaSe il precedente Ep era espressione dello space-age techno industriale, liquido meccanico up-tempo da fabbrica incendiata, adesso quell’energia si dispiega fino alla Terra generando un groove più maturo, volando verso evoluzioni musicali sempre più lontane, che abbracciano l’intero Cosmo, dall’America al Medioriente, sostando abbondantemente in terra sicula, come suggerisce il basso risonante registri dell’estremo sud. Registrato e mixato presso l’800a Studios di Palermo per la Malintenti Dischi, Surfin’ Gaza, debut album degli Omosumo, ovvero Roberto Cammarata, Antonio Di Martino e Angelo Sicurella, che con questo lavoro superano se stessi, al di là di ogni aspettativa, un perfezionamento degno del loro spessore artistico. Il suono è stato “ripulito”, più minimal, curato nel dettaglio ma spontaneo, velato d’ambient e meno aggressivo. Tutto ha inizio da un concept, la Striscia di Gaza: trae spunto dal documentario di Alexander Klein “God Went Surfing With The Devil” e dalle iniziative di pace di Matthew Olsen e Dorian Doc Paskowitz, nate con lo scopo di riconciliare israeliani e palestinesi tramite il surfing. Surfin’ Gaza, la title-track, è proprio un trattato di pace, la zona franca che ritrae i due popoli in armonia, astrattamente lontani da quel teatro di guerra che ha dilaniato e martoriato se stesso e tutti. Contaminazione di suoni e di lingue che comunicano questa esigenza di trascendere le differenze di civiltà e religione e che donano all’album un ampio respiro internazionale, globale e completo, dove accanto all’italiano vi si accostano liriche straniere quali l’arabo e l’inglese. L’ensemble strumentale si arricchisce di ogni strumento, synth, organi, varie drum machine, il sax in Dovunque Altrove che, tra alberi di plutonio e gente che cerca riparo dalla guerra attendendo navi dirette su Giove, si annoda al cantato italiano, minimale quanto Nowhere, bianco, uno dei brani più distinti del disco, dalle sonorità ambient che ci portano in un non-luogo areato in cui abbandonarci. Nove tracce di rara bellezza e ormai sporadica esclusività, che trasudano storie civili, affrescano immagini che si respirano tra le note, come quella del brano d’apertura, favolistico ma amaro, Yuk, racconto di una bambina che vive dentro un albero, gioca da sola attorniata da animali immaginari e osserva la sua città bombardata: eco perpetuo eurorientale al grido mistico di “Insallah”, tra synth che sembrano provenire da sott’acqua e fluide chitarre che incidono l’impossibilità di poter guardare serenamente al domani, appellandosi alla sola volontà divina. Se Walkng on Stars tocca le corde emozionali più profonde, Waves, pezzo meccanico, psicotico e dub, ci riporta sobri e più distaccati, quasi personificasse la glacialità di chi commette certe atrocità, questi senza nessuna vena poetica però. Nancy è una corsa tra le valli deserte afose, un viaggio on the road, un’esplorazione, come quella che il brano compie nei meandri dei pensieri di una ragazza desiderosa di un nuovo amore. Ahimana è una delle perle del disco, esotica, come un mantra techno messo in musica da uno sciamano che ci porta in uno stato di trance. L’elemento acquatico, che trascina all’essenza e sospende ogni ostilità, predomina fino ad Atlantico, pezzo di chiusura che canta il desiderio impulsivo di abbandonarsi in quest’oceano, mettendo in stand by i pensieri, l’intermodulazione della chitarra sembra fissare la soluzione e con la distorta batteria, intervallati dal meditativo sax, sembrano esprimere in chiave post-rock “E il naufragar m’è dolce in questo mare…”. Un disco contemplativo e passionale che ci avvicina alle radici prime della terra, rivelazione di un viaggio allucinogeno accompagnato da onirismi; il vento caldo ci trasporta lontani, tra i fantasmi, ponti ideali che ricongiungono electro, ambient, house sperimentale, ritmi africani, desertici, prog e suoni di ghiaccio nordeuropei per farne un continuum musiconarrativo chiamato Omosumo. Un disco raffinato, il trio palermitano è già un cult.

Momenti d’eternità con Riccardo Sinigallia || Intervista

bella riccardoQuando la melodia si fa lògos e diviene forza attrattiva dei sentimenti e ritrae sensazioni, ammantando i pezzi di atto poetico, vengono fuori degli eleganti e sognanti affreschi. Ogni pezzo è un fermo immagine di ricordi sensoriali. In una serata catanese ho avuto il piacere di scambiare quattro chiacchiere con uno dei più grandi artigiani sonori e poeti che abbiamo la fortuna di avere in Italia, Riccardo Sinigallia. Un incontro intimo e profondo, che ti lascia in dono una vena zen, al di fuori del tempo.

Come sta andando Per tutti?
Sta andando bene, sembra il naturale proseguimento di tutto il percorso che ho fatto da solo, con questo strano episodio di Sanremo, che però ormai metto dentro ad un buon ricordo, nonostante io abbia avuto dei momenti un po’ strani, anche per il mio rapporto con l’Italia e la musica italiana. Vedo che qualcosa si muove, il disco è arrivato in più posti, è stato recepito bene e piace molto. Ricevo tanti commenti, messaggi bellissimi, sono già soddisfatto così e quello che arriva in più con il live ancora meglio.

Credo sia opinione di molti che sei tu il vincitore di Sanremo!
(sorride) Tutti quelli che sono affezionati a me dicono così!

La tua partecipazione a Sanremo è stata importante e ha dato speranza alla musica di qualità, dato che ormai siamo abituati a sentire pezzi di discutibile qualità musicale.
Beh sì, diciamo che la maggior parte delle produzioni musicali da un po’ di tempo sono orientate a colpire a breve termine, conta l’impatto, si punta ad avere qualcosa di commerciale, immediata, e quello che cerco di fare io è mantenere pulita e naturale la mia vita artistica, perché so che niente mi salverebbe, c’è tutto quello che ho voluto ci fosse.

Vieni ancora considerato un artista di nicchia, quanto ti sta stretta questa “etichetta”? Per quanto mi riguarda, c’è un sentimento contrastante: da un lato questa gelosia di tenere stretto per me Sinigallia, dall’altro la voglia di farti conoscere a quanta più gente possibile!

Beh sì, mi sta stretta. Certo, anche io l’ho vissuta così e la vivo così con gli artisti che mi piacciono. Mi ha fatto molto piacere il fatto che sia nato su facebook un gruppo fan, anche se piccolo, è una roba molto autentica e concreta. Fino ad ora me ne sono un po’ fregato di queste cose, ma  sto capendo che vanno curate le persone che apprezzano le cose che faccio e che stanno vicino a me come ho sempre voluto che fosse. Magari non avrò sempre l’umore giusto per seguire nel dettaglio tutto, il dialogo sulle mie canzoni, anche perché queste me le porto dietro da tanti anni, però sono molto contento, è bello anche perché in ogni città c’è qualcuno che segue la mia musica e pian piano le sto conoscendo tutte.

Sanremo ormai è una vetrina d’esposizione di pezzi da talent show, sin troppo radiofonici, ma con i tuoi pezzi ciò non è successo, Prima di andare via è un pezzo indubbiamente che ti entra in testa ma non è il solito pezzo sanremese: è stato difficile poter mantenere questo stile, hai riscontrato delle difficoltà?
All’inizio la canzone era molto più chitarra, voce e il basso di Laura e a me già piaceva, ci sono molto affezionato a questa versione. Poi sono stato invitato a vestirla un po’ meglio, così come sono stato invitato a vestirmi! Tutto sommato l’ho trovato ragionevole come invito e così conVittorio Cosma abbiamo fatto un po’ di lavoro sugli archi, con Marco Rovinelli la ritmica, con mio fratello Daniele nel suo studio, Andrea Pesce, Roberto Angelini, Alfonso Fofò Bruno, ogni amico c’ha messo qualcosa. Alla fine abbiamo scelto le cose che meno invadevano quel racconto di un giorno qualunque.

Cosa è accaduto dopo Sanremo e il Primo maggio?
Stiamo lavorando per cercare di far arrivare il più lontano possibile l’album e Prima di andare via,senza forzare niente, evitando di fare cose poco vicine al mio modo di essere, perché poi ti ritrovi magari in contenitori televisivi dove esci umiliato (sorride). Anche Caterina Caselli ci crede tanto, è stata molto attenta e in questo sono contento.

Il tuo rapporto con Caterina Caselli e la Sugar?
Sta andando molto bene, poi è chiaro che loro hanno le loro difficoltà, è un periodo difficilissimo per la discografia per imporre una canzone così cantautorale in un momento in cui le radio passano solo roba d’intrattenimento. Stanno molto attenti alla mia storia musicale, alla mia dimensione artistica, poi lei è fantastica, è un interlocutore (finalmente!) intelligente e sensibile, a differenza di tanti altri in passato.

Apriamo una parentesi su Sinigallia produttore: come avviene questo processo di selezione degli artisti?
In passato è sempre stata una cosa molto naturale, sono nati dei rapporti di collaborazione per il fatto che eravamo amici, c’era stima reciproca, condividevamo pezzi di vita e magari mi chiedevano un aiuto perché ero uno dei primi ad avere questa capacità di autoprodurre le cose che facevamo in maniera molto presentabile da un punto di vista “discografico”. Non mi sono mai considerato un produttore o un arrangiatore, ma sempre un cantautore o un autore che si autoproduceva. Magari delle volte avevo delle difficoltà a trovare dei contratti discografici come Riccardo Sinigallia ed è stato invece più facile farlo con dei cantautori che avevano più appeal da un punto di vista dell’immagine. Quindi per andare avanti mi sono messo a lavorare con loro, anche se poi non era neanche vero che ero più facilitato, perché ho dovuto combattere molto per far passare alcune cose, ad esempio i Tiromancino nel 2000.

Per quanto riguarda queste tante anime di Sinigallia: produttore, cantautore, regista di videoclip, quale ti rappresenta di più?
Sono molto legato a La descrizione di un attimo, perche è proprio un pezzo di vita mio, c’ho messo tutto, dalla canzone al video, ad altri brani come  Vento d’estate, Lasciarsi un giorno a Roma e Quelli che ben pensano. C’è anche il progetto La Comitiva, che avevo fatto con Ice One, dove c’erano tanti ospiti tra cui Elisa, Frankie Hi-nrg e Franco Califano. Ci sono tante piccole canzoni qui e lì fatte, tante cose mie vecchie, è  chiaro che le canzoni di cui posso certificare al cento per cento la mia totale paternità e quindi il sangue sono le mie creature.

So che d’estate ti rechi spesso a Paros. Hai scritto qualche canzone in particolare lì?
Sì, ne ho scritte tantissime a Paros. È un’isola dove viveva mio padre e in cui aveva aperto un ristorante. Dopo molti anni Laura mi disse di andarlo a trovare, non lo sentivo da tanto tempo. Andammo lì e ci innamorammo di quest’isola bellissima, c’è una magia, mi sento molto a casa, più che a Roma. Ci andiamo tutte le estati per circa tre mesi, quest anno devo lavorare e c’andremo forse solo per qualche giorno. Addirittura un anno abbiamo tenuto in gestione un ristorante, che era sempre quello che mio padre aveva lasciato, è stato uno dei regali più belli della mia vita. Spesso scrivo lì delle canzoni, probabilmente ne scrivo di più a Paros che a Roma. Dell’ultimo disco E invece io e Che Non è più come prima, in generale i pezzi di Per tutti hanno preso forma a Paros, anche se una parte di E Invece io è stata scritta dopo un seminario sul Gargano a San Menaio, davanti un albergo che si chiamava Marechiaro. In passato ho scrittoLaura in tre minuti, Impressioni di un’ecografia, Uscire fuori e anche Bellamore.

Bellamore è la colonna sonora di Amatemi, Pezzo d’amore e Io sono Dio di Paz! Come è nata la collaborazione con Renato De Maria?
Renato mi ha conosciuto tramite Gino Castaldo, che gli fece il mio nome per fare la colonna sonora di Paz! e quella fu la prima che feci. Da lì è nato un rapporto molto bello, pure d’amicizia, anche se prevalentemente ci vediamo per lavoro, però ogni tanto ci sentiamo, mi sento molto legato a lui e ai suoi film, anche Isabella, la sua compagna, ogni tanto mi manda dei bellissimi messaggi. Adesso insieme ai DeProducers sto facendo le colonne sonore de La vita oscena, tratto dal libro di Aldo Nove e finito quello Renato mi ha già chiamato per fare le musiche di un docufilm sui gangster italiani.

Per tutti, un album splendido, dove è difficile scegliere un pezzo preferito. Tra le più belle e significative c’è Tu che non conosci. Ti va di raccontarci la storia di questo pezzo?
Sono molto contento ti piaccia, è una canzone molto ispirata, è venuta in brevissimo tempo. Nasce da una basetta elettronica di mio fratello. Avevo sentito subito che c’era un’aria armonica che mi coinvolgeva: abbiamo levato tutta l’elettronica, Andrea Pesce si è messo a fare la stessa cosa suonando il pianoforte, io mi sono messo alla chitarra, Daniele all’elettrica e Laura al basso ed è uscita fuori questa musica. Qui ho subito cantato il ritornello, che era per me centrale, una specie di inno alle radici dei rapporti sentimentali, oltre ogni ragionamento: due persone si fondono in una cosa sola, non ci sono più le convenzioni e lo spazio-tempo, si crea una magia, che è l’unione. E dopo l’ho dedicata alla mia amata Laura, descrivendo i modi attraverso i quali lei ha conquistato me e forse ci siamo conquistati reciprocamente, come esperienza personale, però penso che sia una cosa di tutti e “per tutti”!

A proposito di questa tua concezione del tempo relativo …                 Sì, questa è una cosa che fa parte della mia vita e della vita di tutti. Semplicemente l’approfondire e vedere, con una specie di lente d’ingrandimento, la divisione del tempo. Tu già solo quando scrivi, registri,  arrangi e produci hai un rapporto col tempo veramente profondo, è un rapporto centrale, ad esempio la divisione del tempo in battute, ed è uno dei nodi, insieme all’armonia, del buon esito di una produzione. Trasposto nella vita diventa uno dei nodi della felicità, del buon esito della tua giornata, della tua vita e delle tue emozioni. Ed effettivamente uno  pian piano, mentre perde la purezza di bambino, conquista un’analisi e una consapevolezza maggiore rispetto a quella purezza di cui magari non avevi cognizione prima, la perdita delle convenzioni la riesci a comprendere ed analizzare e quindi hai queste due dimensioni: una è quella della realtà di tutti i giorni in cui sei soggetto ad orari, stagioni, giorno e notte, impegni, l’altra in cui stacchi tutto, quando ci riesci, ed è quello spazio che ti crei, in cui accadono le cose più significative della tua vita che ti accompagnano sempre, quel momento in cui non hai niente da perdere. Allora lì pure le convenzioni saltano, gli orologi non servono più, per una grande gioia o un grande dispiacere, insomma può succedere per tanti motivi. Poi ci sono dei momenti in cui sei veramente vivo e pure lì le convenzioni saltano e vedi il tempo in un altro modo, quindi tre minuti possono durare un’eternità e due giorni possono volare. Questo è molto interessante perché ti fa capire che il modo in cui tu vivi le tue emozioni ha molto a che fare con quello che tu ritieni importante nella tua vita, la gioia, la tristezza, la felicità, la soddisfazione. E’ difficile parlarne, spero di non essermi perso!

Intervista fatta per OUTsiders musica