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Les amours imaginaires – Xavier Dolan

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Recensione pubblicata per L’Eretico su Marte

Ti aspetto nella stagione che è nostra, scrive Marie.                              Quando il desiderio di possedere ciò che non abbiamo diventa patologia. Ma si sa, la sola verità è l’amore oltre ogni ragione, scrive de Musset.

Marie (Monia Chokri) è una venticinquenne dall’outfit vintage, un cinismo romantico e una nevrosi da tabagismi compulsivi (le smoke cache la merde). Uno sguardo che rivela turbolenze quello di Francis (Xavier Dolan), il quale colleziona delusioni d’amore incise di volta in volta sul muro del suo bagno. Un’amicizia stabile la loro, fino a quando a Montréal arriva Nicolas (Niels Schneider), un adone autocompiaciuto che viene dalla campagna e legge Koltes. Instillerà in loro il desiderio e la vana sicurezza di averlo. I due amici giocheranno come due infanti a fare bang bang dai cavalli a dondolo per contendersi il fiore del loro desiderio. Il pericoloso gioco del ménage à trois immaginario segna i battiti di cuore reali di Marie e Francis, i quali ne resteranno fortemente segnati.

I Cahiers du cinéma lo definirono un bonbon pop et romantique. Un more is more raffinato, lento nella sua nevrosi, Les amours imaginaires, seconda opera di Xavier Dolan, esce nel 2010, quando il regista aveva solo ventanni. Appartenente alla trilogia dolaniana degli amori impossibili (insieme a J’ai tué ma mère e Laurence Anyways), narra di amori illusori e illusionisti, della voglia di scacciare l’incombente mostro della solitudine, soprattutto quando si avvicina il rigido inverno e la nostalgia di un caloroso abbraccio si trasforma in una necessità primaria; ogni sessualità viene esplorata, chiunque può identificarsi. Il film è appena iniziato ed è già un cult: il garçon blond con sorriso malizioso e occhiali rossi a cuore arriva sulla scena, con uno charme che farebbe sciogliere anche l’Antartide. Il commento sonoro di Isabelle Pierre suggella la sensualità e la leggiadria di questa scena senza tempo. Sulla storia principale si innestano monologhi di infatuazioni a distanza, virtuali, maniacali attraverso una sceneggiatura sagace e brillante:

Se solo sapesse, probabilmente entrerebbe nel programma di protezione dei testimoni per gli informatori sulla mafia. Glenn Close in Attrazione fatale, sono io;

Penso che se qualcuno morisse ogni volta che clicco su Aggiorna, non rimarrebbe vivo nessuno, cazzo;

Sul tavolo della cucina c’era un foglio di carta blu con su scritto in tedesco – perché lui era tedesco, deve esserlo ancora – “non voglio sprecare la mia vita amandoti male”.

Poetiche inquadrature della campagna del Québec, sublimate dalle musiche di Fever Ray, si alternano a ricercati interni (vedi l’abitazione di Nicolas o lo stile classico dell’appartamento di Marie nell’elegante scena in cui lei batte a macchina la lettera indirizzata all’adonis allumeur). L’osmosi perfetta tra dialoghi, musica ed immagini in movimento si realizza nella scena visionaria del party di Nicolas, dove i disegni di Jean Cocteau, accompagnati da  Pass this on, sono la proiezione mentale dei due amici. Un meticoloso lavoro cinematografico in cui nulla è lasciato al caso, nemmeno i più piccoli e preziosi dettagli, e dove il nostro cineasta è l’artefice di tutto, costumi compresi. Una Nouvelle Vague pop fatta di ciliegie, caramello, cascate di marshmellows e Audrey Hepburn.

Dolan sceglie degli attori di tutto rispetto: Niels Schnerider si rivela straordinario nell’interpretazione (per la quale vincerà il Trofeo Chopard come attore rivelazione) di questo cherubino killer dei sentimenti, figlio di un’erotomane, interpretata dalla straordinaria Anne Dorval. Monia Chokri ricorda Carmen Maura, in bilico tra l’esistenzialismo tipico dei film francesi e la follia sui generis degli spagnoli. I tormenti e le fragilità di Francis ben si prestano all’espressività di Xavier Dolan. Il regista québécois ci regala anche la partecipazione straordinaria di Louis Garrel. I dialoghi sembrano spesso uscire da un romanzo, come lucciole da una lanterna.

Un film estetico che si caratterizza per l’almodovarismo dei colori, la fotografia e contemporanea e retrò, e l’estroso gioco di luci, come nella scena degli amplessi, affrescati come fossero una sinfonia di Bach. Dolan segue i suoi personaggi riprendendoli da dietro, li accompagna con un rallenty à la Wong Kar-Wai che dona piacere estatico trasformando il film in una ballata d’autore il cui ritmo scandisce il subbuglio sentimentale di Marie e Francis.

Il titolo inglese, Heartbeats, è un omaggio ai The Knife. Estrema importanza, infatti, viene data alla musica, che per Dolan è un personaggio del film. Espressione dello scompiglio ormonale dei personaggi, ci fa assaporare un Québec retrò con Isabelle Pierre e Renèè Martel, in una colonna sonora d’alta classe che va dal rap, alla musica classica e arriva fino a Dalida e Vive la fête.

Un’orgia di stile quella di Dolan, prezioso architetto di una pellicola avvolgente e sofisticata con omaggi a Roland Barthes, Gus Van Sant, la Bauhaus, Alfred de Musset e Le Quai des brumes di Marcel Carné.

Con l’amore non si scherza (Alfred DE MUSSET)

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Aharon – The line between

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Alla sera, piove. Il vento accarezza gli alberi fuori dalla finestra, seguendo l’andamento dei tasti del pianoforte di Aharon. Il mood giusto per ascoltare “The line between”, secondo disco solista, stavolta interamente in piano solo, del compositore e musicista romano Aron Carlocchia (Mary in June, Tbhon). Eseguito e registrato in un’unica live session, in un piovoso pomeriggio di sabato, è stato rilasciato lo scorso 15 dicembre, riscuotendo subito consensi da parte del pubblico e del mondo cinematografico. La melodia malinconica s’intona alle lanterne soffuse della strada, che stanno lì, in dormiveglia e fanno da abat-jour a questa buia notte. I movimenti lenti dei brani dialogano con la pioggia, suonano dolci insieme. I procedimenti stilistici minimali, in minore vi conferiscono un’aria nostalgica, intima e solitaria. Niente monumentalismi o virtuosismi, la musica segue il suo naturale corso espressivo. Ouverture lente, morbide  si vestono di un abito di carattere improvvisativo. I titoli suggestivi entrano in una fitta dialettica con le ritmiche contemplative. La tensione distesa volteggia nell’aria. I motivi declinati trasmettono serenità. I brani aderiscono al carattere delle sonate classiche e sono caratterizzati da un groove ambient e minimale. Affrescano un’atmosfera romantica, di abbandono e pace interiore. Ascoltare questo disco è un’alienazione dalla frenesia sociale, nello sfondo blu dei pensieri. E riaffiorano ricordi simultanei che si sommano ai pensieri presenti. Un desiderio nostalgico o il desiderio di possedere ciò che già si ha. Personale e collettivo insieme, “The line between” è bramare qualcosa, sono le gocce che scivolano sui vetri nel bel mezzo di un temporale.

Domenica 8 Febbraio potrete ascoltare Aharon presso il Teatro Lo Spazio di Roma, alle ore 21.

 

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Livia Ferri – Hyperbole

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Romana, classe ’86 e un diploma in songwriting al Saint Louis College of Music di Roma. Sempre pronta a viaggiare in Europa con un walkman, al liceo s’innamora del folk americano, del fado, e degli scritti di Jack London e Steinbeck. S’ispira a Bjork, tra sonorità à la Adele e Feist. Presentato in anteprima su Radio 2 – Social Club, viene rilasciato oggi Hyperbole, primo singolo estratto da “A path made by walking”, secondo album di Livia Ferri, storia di un cammino al di là del bene e del male che costituisce “il giorno dopo” del  primo lavoro intriso di dolore, “Taking Care”(2012). Livia ci guida in un iter lungo un anno che ci rivelerà lentamente le tracce del disco. Datele una chitarra acustica artigianale, che tratteggia linee emotive pregnanti e con un tono vocale caldo, sporco ricreerà un’atmosfera oscura e introspettiva in un unplugged dai vibrati soul e blues rock. Hyperbole è folk profondo, di paure e perdite in cui imbattersi e con cui scontrarsi pesantemente. Un anestetico contro la sofferenza, la voglia di immaginare “il desiderio di essere quello che volete essere”, come ha dichiarato la songwriter. Istintivo, una presa di coraggio per combattere il dolore che ci affligge. “Immaginate di essere Smeagol e Gollum, immaginate di odiare questa guerra fra loro, che non avrebbe mai dovuto esistere” (Livia Ferri). La querelle tra la parte  migliore di voi e quella che non tollerate. Osservatele dall’esterno, per capire quale anima avrà la meglio. L’indie si sposa al groove portoghese, al folk internazionale. Il testo trasuda relazioni, struggimenti, pezzi di vita logoranti, meditati tra le mura di casa, in isolamento. Hyperbole è il primo passo, tra il buio dei pensieri, per prendere consapevolezza di sé stessi. Non abbiate paura di autodistruggervi  mentre lo ascoltate.

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Monobjo – The Magic of the Big Top

10374488_774524465941172_3503545893510599284_n(Autoproduzione)

L’elemento magico è una costante dei lavori di Monobjo. Le note  si vestono di velature oniriche e disegnano i passi di una ballerina dalle movenze aggraziate, incisive come le tracce di “The Magic of the Big Top”, secondo album del compositore romano. Sembra quasi di vederla all’opera in un circo dal tendone multicolor. L’ensemble sonoro si tinge di mille sfumature e assume i tratti della natura, ricordando il precedente “Derisanamscope”. Un misterioso racconto messo in musica. Difficile etichettarlo, la commistione di influenze risonanti fa di questo lavoro un lavoro completo. Ogni suo disco è una pellicola cinematografica, ha l’abilità di narrarti delle storie mistiche in un tempo mitico e in un luogo incantato. I tappeti pianistici decisi e toccanti, talvolta serrati, ti rincorrono e si dischiudono in lucciole danzanti. Una Twin Peaks svuotata delle sue connotazioni horror, ma che ti lascia quel senso di suspense, sospesi tra il mondo che vorremmo, incontaminato, quello di un tempo, che ti avvolge con quel suo profumo di serenità. Trame drammatiche e riflessive. Lo scenario rievocato è quello di  streghe, farfalle, esseri che si uniscono a contorsionisti, elefanti, freaks, clowns, incantatori di serpenti. La colonna sonora ideale per Tod Browning. Le linee melodiche sono ricercate, ancestrali. Il suo più grande potere è forse quello di sonorizzare delle storie per poi lasciare a te il privilegio di fantasticare sul loro sviluppo, di aggiungere i dettagli. S’inizia con la title track, la quale sembra descriverci la giornata tipo di questo circo e i rapporti interpersonali tra i protagonisti. Gli altri brani tracciano le personalità di questi personaggi e la spettacolarità dei loro numeri, caratteristiche percepibili dal carattere imponente e arioso delle fondamenta armoniche. E il pezzo di chiusura, “Another day, Another Show”, segna la stanchezza e la gioia di uno spettacolo appena concluso e un nuovo giorno che ricomincia, e il cerchio si ripete. Chissà quale storia c’è dietro, per lasciarti anche una vena di malinconia. Un discorso sull’essere che spazza via le banalità della vita quotidiana. Riproduce uno spazio razionale e surreale al contempo. Un grande libro di formule magiche. L’allegato speciale di quest’opera è il codice segreto per entrare in diretto contatto con l’essenza pura della musica. La contemplazione sinestetica di un sogno. Un disco psicologico, classico e post contemporaneo, new age.

Tracklist

  1. The Magic of the Big Top
  2. The Contortionist
  3. The Snake Charmer
  4. Tightrope Walking
  5. The Lightness of the Elephants
  6. The Jugglers
  7. The Ringmaster
  8. The Mask of the Clowns
  9. Another Day, Another Show

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Felpa – Paura

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(Audioglobe/Sussidiaria/Sfera Cubica)

Metti un intimista a comporre musica e viene fuori un dialogo interiore. Felpa è l’anima insonne di Daniele Carretti (Magpie, Offlaga Disco Pax) e nasce dalla sua necessità di raccontarsi. “Paura”, secondo album solista che verrà rilasciato il 2 febbraio 2015, è un disco di isolamento, dove si rifugiano i tormenti che ci assalgono quando restiamo soli. Il leitmotiv è quello della paura, o meglio delle paure, e si lega in un continuum emotivo al precedente “Abbandono” (2013). Un flusso di coscienza sulle cose finite, talvolta prematuramente, sulle attese, sui turbamenti notturni. Suonare diventa un modo per esorcizzarli, una terapia. Il 13 gennaio è uscito il primo singolo, ”Inverno” (insieme alla B-side Rimmel, cover di Francesco De Gregori): malinconico e affascinante. Presente, passato e futuro si confondono. Concepite e registrate in casa a Reggio Emilia, la maggior parte durante la notte, le tracce sono sofferenti e rassicuranti allo stesso tempo. Le parole scivolano aderenti tra le linee di chitarra, il suono prende la forma di uno stato d’animo e arriva dove il linguaggio verbale traccia i suoi confini. Il pattern di batteria, mai invadente, scandisce le volte in cui il cuore arriva in gola e ti rapisce. I ricordi passati di Felpa diventano i nostri, grazie anche al sound filo 90s, fortemente nostalgico. Il tasso emotivo è alto, le trame melodiche sono curate quanto basta. Innesti wave culminano in essenze shoegaze che ti trasportano nello “Spazio”. Quando certi momenti sembrano finiti nella più remota camera oscura della mente, eccoli che si rifanno vivi. E ci si sente persi. Ma bisogna affrontarli. I riverberi prodotti dalle estese chitarre distorte e dai delay raggiungono anni sonori lontani. I testi sono sinceri e parlano chiaro. “Paura” è un’atmosfera, uno stato d’animo in cui perdersi. L’unica cosa di cui Carretti non ha paura  è di mettersi a nudo, senza rivelarci troppi dettagli, lasciando spazio all’immaginazione. Un disco da ascoltare in solitudine, al massimo da condividere con un’altra persona.

 

Tracklist

  1. Buio
  2. Inverno
  3. Momenti
  4. Accanto a te
  5. Paura mai
  6. Sempre dopo
  7. Spazio
  8. Stanotte
  9. Estate
  10. Luce

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Claudio Palumbo – Tutti ci scoglionammo a stento

cover Tutti ci scoglionammo a stentoAvete presente quello che ha l’aria di essere uno scansafatiche, il girovago urbano che balzella tra concerti e teatri occupati? Un ragazzaccio dalla presenza scenica evocante Gesù Cristo. Sì, proprio lui. Capelli lunghi, sguardo e sorriso svampiti. Se l’identikit corrisponde al tipo che avete visto in giro per Catania (e non solo), questi è Il Palumbo. “Tutti ci scoglionammo a stento”, pubblicato il 21 novembre 2014, è il suo secondo album solista, prodotto dalla Doremillaro (sb)Recs, in collaborazione con Golden Catrame, e registrato presso gli studi di Zen Arcade di Catania. Premetto che il primo amore non si scorda mai: fu circa un anno fa, quando ricevetti in dono “Fa che mi spii dalle finestre, suo primo lavoro. Autenticamente DIY. Si era poi distinto, insieme ai suoi degni compari, con i pezzi del suo progetto parallelo, gli Almond Ice Director. Il principio attivo della sua musica è sempre lo stesso: lo-fi a rompere, e riff scanzonati e impertinenti. Già la copertina è tutto un presagio sulla qualità di quest’opera: un artwork di Daniele Melarancio, illustratore allucinato di tutto rispetto. Delle ballate intrise di romanticismo anticonvenzionale, schizofreniche (“cameriere, la mia pizza c’ha gli occhi e mi guarda male”), strafottenti e disadattate (“dormo male e me ne fotto”). Dediche d’amore stralunate che fanno del Palumbo l’uomo che capiva le donne (potete constatarlo da voi ascoltando “La canzone del vecchio maniaco, per esempio). Guizzi maturi di pianoforte come trote accompagnano liriche da cantastorie ambizioso (“La canzone del bimbo ipertrofico). Delle storie uniche, intime, che Claudio Palumbo, come pochi, sa immaginare, vivere e narrare, col suo savoir-faire vocale dissonante, complici le sue chitarre indisciplinate. Ciò che lo rende singolare e apprezzabile è il fatto che non c’è artifizio nei suo racconti e nel suo modo di regalarli all’ascoltatore, non li studia a tavolino, lui è proprio così di natura. Un maniaco romantico. Troviamo di tutto: tappeti sonori kitsch psichedelici, orientaleggianti, punk, folk e cantautorali. “Ballata per chi non balla è una delle perle del disco. Ma non finisce qui, i brani vedono la partecipazione, tra gli altri, del grande Emiliano Cinquerrui (Smegma Bovary, Bestiame), Davide Iannitti (Loveless Whizzkid, Bufo Alvarius), Floriana Grasso (ex Gentless3, Pecora), Cesare Basile e Davide Timpanaro (Loveless Whizzkid, Zuma). Con “Tutti ci scoglionammo a stento, Palumbo si conferma un personaggio singolare, che ha saputo mantenere la creatività che caratterizzava il primo disco e ha avuto anche il tempo e la voglia di fare un salto di qualità, data la maturazione delle trame melodiche, con la grande dote di rimanere lo-fi. Si può essere hardcore e cantautore recondito allo stesso tempo? Sì, lo abbiamo testato direttamente su di lui, che farlo sugli animali sarebbe stato disumano.

Ascolta se ti piace: la Giovanna d’Arco del primo periodo.

 

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Sciami di stelle come lucciole tra le note dei Deproducers | Teatro Metropolitan

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In attesa del secondo lavoro dei Deproducers, il cui tema sarà la botanica, ripropongo il live report dell’esibizione catanese, che sarà sempre custodita in un anfratto del mio cuore.

Siamo fatti della stessa materia di cui sono fatte le stelle, ecco perché ci attraggono. Ci accoglie così Planetario, spettacolo dei Deproducers, ospiti giovedì 29 Maggio al Teatro Metropolitan di Catania per il festival La natura della mente, diretto da Franco Battiato. Il collettivo di musica per conferenze spaziali vede protagonisti i più grandi artisti italiani: Riccardo Sinigallia, Gianni Maroccolo, Vittorio Cosma e Max  Casacci. 

Tra velature ambient, a tratti kraftwerkiane, s’innesta la narrazione dell’astrofisico Fabio Peri, direttore del Planetario di Milano. La musica sposa la scienza e si fondono sino a diventare Uno. Le sonorità di Planetario diventano principio primo propagandosi e, come il firmamento, ci sovrastano e armonizzano il Dasein. L’ensemble strumentale suona i buchi neri e suggestiona tutto il Teatro, attraversa Venere, unico pianeta femminile, un inferno troppo caldo, e approda sulla Stella Nana gialla. L’atmosfera si riempie di sacro silenzio retto dal leitmotiv dei Nostri ingegneri del suono. Proxima e α Centauri gravitano insieme e lo sperimentalismo si fa carne, comunica come da una navicella spaziale e si disperde nella galassia, dalla costellazione più remota fino ad Andromeda, sospeso in quell’Universo in cui attendiamo ancora l’arrivo di un nostro messaggio in codice binario inviato nel 1974, forse la risposta giungerà, giusto il tempo di attraversare 23 mila anni luce che ci separano dall’ammasso di stelle M13. Peri dipinge la formazione delle stelle da nuvole di polveri e gas: le particelle si urtano o si uniscono, più la stella si scalda e più energia c’è nell’urto. È il 1957, nel pieno della guerra fredda, lo Sputnik viene lanciato nell’orizzonte cosmico, sullo schermo delle immagini di cosmonauti, Laika e Jurij Gagarin. Momento sonoro molto toccante, rievocante la nostalgia del nostro essere piccoli nello spazio e nel tempo, quando un tempo sognavamo di essere dei cosmonauti. L’universo nei primi istanti di vita era composto solo da due elementi, idrogeno ed elio, gli atomi che compongono le stelle: intro di uno dei frangenti più commoventi e d’intenso lirismo della serata, quando Sinigallia esegue Figli delle stelle, che lo vede protagonista alla voce e alla chitarra, conducendoci sempre più, con la soavità che gli appartiene, in quell’avamposto che è un uscire fuori da séSciami di stelle danzano come lucciole in un affascinante musico-racconto sul Cosmo.

Articolo pubblicato per OUTsiders Musica il 2/6/2014