Livia Ferri – Hyperbole

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Romana, classe ’86 e un diploma in songwriting al Saint Louis College of Music di Roma. Sempre pronta a viaggiare in Europa con un walkman, al liceo s’innamora del folk americano, del fado, e degli scritti di Jack London e Steinbeck. S’ispira a Bjork, tra sonorità à la Adele e Feist. Presentato in anteprima su Radio 2 – Social Club, viene rilasciato oggi Hyperbole, primo singolo estratto da “A path made by walking”, secondo album di Livia Ferri, storia di un cammino al di là del bene e del male che costituisce “il giorno dopo” del  primo lavoro intriso di dolore, “Taking Care”(2012). Livia ci guida in un iter lungo un anno che ci rivelerà lentamente le tracce del disco. Datele una chitarra acustica artigianale, che tratteggia linee emotive pregnanti e con un tono vocale caldo, sporco ricreerà un’atmosfera oscura e introspettiva in un unplugged dai vibrati soul e blues rock. Hyperbole è folk profondo, di paure e perdite in cui imbattersi e con cui scontrarsi pesantemente. Un anestetico contro la sofferenza, la voglia di immaginare “il desiderio di essere quello che volete essere”, come ha dichiarato la songwriter. Istintivo, una presa di coraggio per combattere il dolore che ci affligge. “Immaginate di essere Smeagol e Gollum, immaginate di odiare questa guerra fra loro, che non avrebbe mai dovuto esistere” (Livia Ferri). La querelle tra la parte  migliore di voi e quella che non tollerate. Osservatele dall’esterno, per capire quale anima avrà la meglio. L’indie si sposa al groove portoghese, al folk internazionale. Il testo trasuda relazioni, struggimenti, pezzi di vita logoranti, meditati tra le mura di casa, in isolamento. Hyperbole è il primo passo, tra il buio dei pensieri, per prendere consapevolezza di sé stessi. Non abbiate paura di autodistruggervi  mentre lo ascoltate.

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Monobjo – The Magic of the Big Top

10374488_774524465941172_3503545893510599284_n(Autoproduzione)

L’elemento magico è una costante dei lavori di Monobjo. Le note  si vestono di velature oniriche e disegnano i passi di una ballerina dalle movenze aggraziate, incisive come le tracce di “The Magic of the Big Top”, secondo album del compositore romano. Sembra quasi di vederla all’opera in un circo dal tendone multicolor. L’ensemble sonoro si tinge di mille sfumature e assume i tratti della natura, ricordando il precedente “Derisanamscope”. Un misterioso racconto messo in musica. Difficile etichettarlo, la commistione di influenze risonanti fa di questo lavoro un lavoro completo. Ogni suo disco è una pellicola cinematografica, ha l’abilità di narrarti delle storie mistiche in un tempo mitico e in un luogo incantato. I tappeti pianistici decisi e toccanti, talvolta serrati, ti rincorrono e si dischiudono in lucciole danzanti. Una Twin Peaks svuotata delle sue connotazioni horror, ma che ti lascia quel senso di suspense, sospesi tra il mondo che vorremmo, incontaminato, quello di un tempo, che ti avvolge con quel suo profumo di serenità. Trame drammatiche e riflessive. Lo scenario rievocato è quello di  streghe, farfalle, esseri che si uniscono a contorsionisti, elefanti, freaks, clowns, incantatori di serpenti. La colonna sonora ideale per Tod Browning. Le linee melodiche sono ricercate, ancestrali. Il suo più grande potere è forse quello di sonorizzare delle storie per poi lasciare a te il privilegio di fantasticare sul loro sviluppo, di aggiungere i dettagli. S’inizia con la title track, la quale sembra descriverci la giornata tipo di questo circo e i rapporti interpersonali tra i protagonisti. Gli altri brani tracciano le personalità di questi personaggi e la spettacolarità dei loro numeri, caratteristiche percepibili dal carattere imponente e arioso delle fondamenta armoniche. E il pezzo di chiusura, “Another day, Another Show”, segna la stanchezza e la gioia di uno spettacolo appena concluso e un nuovo giorno che ricomincia, e il cerchio si ripete. Chissà quale storia c’è dietro, per lasciarti anche una vena di malinconia. Un discorso sull’essere che spazza via le banalità della vita quotidiana. Riproduce uno spazio razionale e surreale al contempo. Un grande libro di formule magiche. L’allegato speciale di quest’opera è il codice segreto per entrare in diretto contatto con l’essenza pura della musica. La contemplazione sinestetica di un sogno. Un disco psicologico, classico e post contemporaneo, new age.

Tracklist

  1. The Magic of the Big Top
  2. The Contortionist
  3. The Snake Charmer
  4. Tightrope Walking
  5. The Lightness of the Elephants
  6. The Jugglers
  7. The Ringmaster
  8. The Mask of the Clowns
  9. Another Day, Another Show

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Felpa – Paura

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(Audioglobe/Sussidiaria/Sfera Cubica)

Metti un intimista a comporre musica e viene fuori un dialogo interiore. Felpa è l’anima insonne di Daniele Carretti (Magpie, Offlaga Disco Pax) e nasce dalla sua necessità di raccontarsi. “Paura”, secondo album solista che verrà rilasciato il 2 febbraio 2015, è un disco di isolamento, dove si rifugiano i tormenti che ci assalgono quando restiamo soli. Il leitmotiv è quello della paura, o meglio delle paure, e si lega in un continuum emotivo al precedente “Abbandono” (2013). Un flusso di coscienza sulle cose finite, talvolta prematuramente, sulle attese, sui turbamenti notturni. Suonare diventa un modo per esorcizzarli, una terapia. Il 13 gennaio è uscito il primo singolo, ”Inverno” (insieme alla B-side Rimmel, cover di Francesco De Gregori): malinconico e affascinante. Presente, passato e futuro si confondono. Concepite e registrate in casa a Reggio Emilia, la maggior parte durante la notte, le tracce sono sofferenti e rassicuranti allo stesso tempo. Le parole scivolano aderenti tra le linee di chitarra, il suono prende la forma di uno stato d’animo e arriva dove il linguaggio verbale traccia i suoi confini. Il pattern di batteria, mai invadente, scandisce le volte in cui il cuore arriva in gola e ti rapisce. I ricordi passati di Felpa diventano i nostri, grazie anche al sound filo 90s, fortemente nostalgico. Il tasso emotivo è alto, le trame melodiche sono curate quanto basta. Innesti wave culminano in essenze shoegaze che ti trasportano nello “Spazio”. Quando certi momenti sembrano finiti nella più remota camera oscura della mente, eccoli che si rifanno vivi. E ci si sente persi. Ma bisogna affrontarli. I riverberi prodotti dalle estese chitarre distorte e dai delay raggiungono anni sonori lontani. I testi sono sinceri e parlano chiaro. “Paura” è un’atmosfera, uno stato d’animo in cui perdersi. L’unica cosa di cui Carretti non ha paura  è di mettersi a nudo, senza rivelarci troppi dettagli, lasciando spazio all’immaginazione. Un disco da ascoltare in solitudine, al massimo da condividere con un’altra persona.

 

Tracklist

  1. Buio
  2. Inverno
  3. Momenti
  4. Accanto a te
  5. Paura mai
  6. Sempre dopo
  7. Spazio
  8. Stanotte
  9. Estate
  10. Luce

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Claudio Palumbo – Tutti ci scoglionammo a stento

cover Tutti ci scoglionammo a stentoAvete presente quello che ha l’aria di essere uno scansafatiche, il girovago urbano che balzella tra concerti e teatri occupati? Un ragazzaccio dalla presenza scenica evocante Gesù Cristo. Sì, proprio lui. Capelli lunghi, sguardo e sorriso svampiti. Se l’identikit corrisponde al tipo che avete visto in giro per Catania (e non solo), questi è Il Palumbo. “Tutti ci scoglionammo a stento”, pubblicato il 21 novembre 2014, è il suo secondo album solista, prodotto dalla Doremillaro (sb)Recs, in collaborazione con Golden Catrame, e registrato presso gli studi di Zen Arcade di Catania. Premetto che il primo amore non si scorda mai: fu circa un anno fa, quando ricevetti in dono “Fa che mi spii dalle finestre, suo primo lavoro. Autenticamente DIY. Si era poi distinto, insieme ai suoi degni compari, con i pezzi del suo progetto parallelo, gli Almond Ice Director. Il principio attivo della sua musica è sempre lo stesso: lo-fi a rompere, e riff scanzonati e impertinenti. Già la copertina è tutto un presagio sulla qualità di quest’opera: un artwork di Daniele Melarancio, illustratore allucinato di tutto rispetto. Delle ballate intrise di romanticismo anticonvenzionale, schizofreniche (“cameriere, la mia pizza c’ha gli occhi e mi guarda male”), strafottenti e disadattate (“dormo male e me ne fotto”). Dediche d’amore stralunate che fanno del Palumbo l’uomo che capiva le donne (potete constatarlo da voi ascoltando “La canzone del vecchio maniaco, per esempio). Guizzi maturi di pianoforte come trote accompagnano liriche da cantastorie ambizioso (“La canzone del bimbo ipertrofico). Delle storie uniche, intime, che Claudio Palumbo, come pochi, sa immaginare, vivere e narrare, col suo savoir-faire vocale dissonante, complici le sue chitarre indisciplinate. Ciò che lo rende singolare e apprezzabile è il fatto che non c’è artifizio nei suo racconti e nel suo modo di regalarli all’ascoltatore, non li studia a tavolino, lui è proprio così di natura. Un maniaco romantico. Troviamo di tutto: tappeti sonori kitsch psichedelici, orientaleggianti, punk, folk e cantautorali. “Ballata per chi non balla è una delle perle del disco. Ma non finisce qui, i brani vedono la partecipazione, tra gli altri, del grande Emiliano Cinquerrui (Smegma Bovary, Bestiame), Davide Iannitti (Loveless Whizzkid, Bufo Alvarius), Floriana Grasso (ex Gentless3, Pecora), Cesare Basile e Davide Timpanaro (Loveless Whizzkid, Zuma). Con “Tutti ci scoglionammo a stento, Palumbo si conferma un personaggio singolare, che ha saputo mantenere la creatività che caratterizzava il primo disco e ha avuto anche il tempo e la voglia di fare un salto di qualità, data la maturazione delle trame melodiche, con la grande dote di rimanere lo-fi. Si può essere hardcore e cantautore recondito allo stesso tempo? Sì, lo abbiamo testato direttamente su di lui, che farlo sugli animali sarebbe stato disumano.

Ascolta se ti piace: la Giovanna d’Arco del primo periodo.

 

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Presentazione di “Sputi in cielo”, primo singolo di RAME @Le Mura di Roma | Domenica 11 gennaio

Verrà presentato domenica 11 gennaio, in anteprima presso Le Mura a Roma, il videoclip di “Sputi in cielo”, primo singolo del cantautore RAME, estratto dall’EP “Esercizi di Ammirazione”. A seguire live set dell’artista.

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Nato dall’incontro con Fabio Grande (cantante de I Quartieri produttore per Marcello e il mio amico Tommaso, The Shalalas, Joe Victor, Fantasmi, Mai stato altrove, fonico de Le Mura, nonché tra i fondatori di Bravo Dischi) e Matteo Portelli (bassista dei Mamavegas, ex MiceCars e Yuppie Flu, già produttore di Jonny Blitz, Bue, Tom Armati, Roberto Scippa, e collaboratore a tempo non perso del progetto Carpacho), RAME è il primo progetto ufficiale di Mattia Brescia, dopo anni di liofilizzati, idee in barattolo, progetti in scatola, tentativi andati, a male, presi bene, scaduti, persi e ripersi, fatti, sfatti e rifatti, nel fare e disfarsi dei giorni che compongono – scomponendoli – i giri e i raggiri degli anni.

L’EP che insieme hanno confezionato è composto da cinque pezzi e vedrà la luce nella primavera del 2015. Il titolo del lavoro, ”Esercizi di ammirazione’,’ è un piccolo prestito da Emile Cioran, scrittore rumeno, francese per scrittura e adozione, con un piccolo sottotitolo a fargli da lapidario e breve compendio: ”Si confondono le Stagioni”. Un tributo ai movimenti del Cosmo e dello Spazio, gli stessi dell’Anima; uno sguardo acuto e indolente, vagamente malinconico, eppure pieno di Gioia, sulla morte delle Stagioni, non le ‘”mezze’”, ma proprio quelle intere, quelle che c’erano una volta, quelle ‘”vere”.

SPUTI IN CIELO” è il brano scelto come primo singolo ufficiale del progetto. Il video  è stato realizzato da Giulia Trasacco, giovanissima videomaker di stanza a Roma, con l’aiuto di Marco De Giorgi, Lorenzo Bruno e Alessandra Solimene, nella sede romana dello I.E.D. di San Giovanni, e prodotto e finanziato da Guido Laudani. Un brano sulla necessità di non arrendersi, di continuare a danzare con la Gioia nel petto, col e nel fluire delle Cose. Ché la Vita non sa tradire davvero, anche quando lo fa. E come diceva Eliot “All shall be well”.

Insomma, SPUTARSI è BENE, NON SPUTARSI, forse, è MEGLIO.

Link dell’evento

www.lemuramusicbar.com

Promozione: Azzurra Sottosanti –  azzurra.sottosanti@gmail.com

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Der Himmel über Berlin | Schwefelgelb live @La Chiave

Versione italiana

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Die Live-Konzerte organisiert von Weak sind immer wieder eine Garantie, aber diesmal haben die Jungen sich selbst übertroffen. Sie haben den besten Ort von Catania ausgewählt, La Chiave, für eine so dark Performance: die von den Schwefelgelb, zwei Jungen aus Berlin, die es faustdick hinter den Ohren haben. Hier im Club “La Chiave” verspürt man ein Berlin-Club Atmosphäre, die Wände sind schwarz. Klinkenstecker an, jetzt kann das Konzert beginnen. Wir befinden uns in den 80er Jahren, oder? Eine Orgie von Klängen überschneidet sich und verdreht jede Körperzelle. Wie eine Momentaufnahme durch eine gemütliche Psychose geknipst. In der Menschenmenge herrscht schon die Begeisterung. Rauch überall.  Alle sind bereit, mit dieser Körpermusik zu tanzen. Dopende Synthesizer stark strukturiert, so ausgeprägt, dass sie das Aussehen deines Unbewussten bekommen. Man begehrt hier diese Noten anzufassen, die dich in die Arkadien des Minimal Techno schleppen. Sid ist der Leadsänger, Eddy an den Machines: untrennbar, ein Yin und Yang mit helldunkler Wave. Harte teutonische Goth-Vokalisten, reich an Emotivität und mit einer großartigen Fähigkeit, Klänge zu manipulieren. Die Semantik der Songs projiziert einen Indipendentfilm, wie in Alle Sterne oder Stein auf Stein. Ein zu Labyrinthentzündung führender Groove, sinnlich, fleischlich und gleichzeitig ätherisch.

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Eine finstere Faszination, durchdringend und flüchtig. Wie besessen vom Feuer der New Wave, das bis an jede einzelne Wand des Clubs reicht. Ein Duo mit nicht nur musikalischer, sondern auch ästetischer Anziehungskraft. Vintage Outfits, Sehnsucht nach den Eighties. Erinnerungen und Verheißungen wechseln einander ab: die Songs bekommen Punk Farben, auf einem Techno- und Electronetz, das seine erzählerische Linie von der Neuen Deutschen Welle herleitet, um dann post-industrielle und avant-garde Sounds auszumalen. Komplexe Minimalismen, die auf den schwarzen Hintergrund der Worte gestürzt werden und geblendet durch ein reines weißes Licht – in die Menschenmenge geschossen –, das dich gleich von der Hölle zum Himmel führt, der über Berlin. Bauhausanklang, minimale Geometrie, mitunter bunt: diese Klänge scheinen, ein Denkmal an die deutsche architektonische Ästethik zu errichten. Es steckt was Mystisches in Berlin, im Übrigen ist sie die Stadt der Engel. Der Einklang der black und white Beats lässt einen gelben, sich bis zum Dach des Raums erhebenden Staub ausfließen. Wie kann bei der Mischung vom Gelben und Weißen ein “Schwefelgelb” entstehen? Das ist ja keine empirische Antwort, aber es gibt: Schwefelgelb.

Emanuela La Mela

Übersetzung ins Deutsche: Dario Morabito

(Foto: Gianluca Montagna)

Il cielo sopra Berlino | Schwefelgelb live @La Chiave

 

Deutsche Fassung 

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I live organizzati da Weak sono sempre una garanzia ma stavolta i ragazzi hanno davvero superato se stessi. Hanno scelto il posto migliore di Catania, La Chiave, per un’esibizione così “darkettona”: quella degli Schwefelgelb, due ragazzi di Berlino che la sanno molto lunga. Si respira un’aria da club berlinese, le pareti sono nere. Jack inseriti, inizia la performance. Siamo negli anni 80 o cosa? Un’orgia di suoni s’interseca e ti stravolge ogni cellula corporea. Come un’istantanea scattata da una dolce psicosi. Tra la folla è già un delirio. Fumo da ogni dove. Tutti pronti a ballare a suon di Körpermusik. Synth dopanti si strutturano forte, così incisivi da prendere le sembianze del tuo inconscio. Quasi a bramare quelle note, le quali ti trascinano nell’Arcadia della minimal techno. Sid alla voce, Eddy alle machines: inscindibili, uno yin e yang dai wave chiaroscuri. Vocal teutonici goth duri, dall’alto tasso emotivo e una straordinaria dote di manipolare i suoni. La semantica delle liriche proietta un film indipendente, come in Alle sterne o Stein auf Stein. Groove da labirintite, sensuale, carnale ed etereo al contempo.

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Un fascino oscuro, penetrante e sfuggente. Posseduti dentro dal fuoco della new wave che bacia ogni singola parete del locale. Un duo dall’appeal non solo musicale ma anche estetico. Outfit vintage, nostalgia eighties. Reminiscenze e premonizioni si alternano: i pezzi si compongono di tinte punk,  su di una tela techno ed electro, che trae le proprie linee narrative dalla Neue Deutsche Welle,  per poi dipingere sonorità post-industriali e avant-garde. Minimalismi complessi scagliati contro lo sfondo nero delle parole e abbagliati da una luce bianca pura – sparata tra la folla – che dagli inferi ti porta al cielo, sopra Berlino. Echi bauhausiani, squadrature e geometrie minimal, a tratti colorate: i suoni sembrano erigere un monumento all’estetica architettonica tedesca. C’è del mistico a Berlino. Del resto è la città degli angeli. La fusione dei beat black and white lascia emanare una polvere gialla, che si leva fino al tetto. Come può, dalla mescolanza di bianco e nero, generarsi un giallo sulfureo? La risposta non è empirica, ma c’è: Schwefelgelb.

Emanuela La Mela

Report del live del 27/12/14

Foto di Gianluca Montagna

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